Sotto le generiche frasi socialiste, discretamente monotone, del «partito dell’anarchia» s’asconde il socialismo del National, della Presse e del Siècle, che vuole, con maggiore o minor logica, abbattere il dominio dell’aristocrazia finanziaria, e liberare e industria e traffico dalle catene, che sin qui li legavano. È questo il socialismo dell’industria, del commercio e dell’agricoltura, i cui gerenti nel partito dell’ordine negano tali interessi in quanto non coincidano più coi loro monopolî privati. Da questo socialismo borghese, che naturalmente, come ogni specie bastarda del socialismo, fa rappattumare una parte degli operai e dei piccoli borghesi, si distingue il vero socialismo piccolo borghese, il socialismo par excellence. Il capitale aizza questa classe sovratutto nella veste di creditore, ed essa reclama istituti di credito; quello la schiaccia colla concorrenza, ed essa reclama associazioni sovvenute dallo Stato; quello la sopraffà colla concentrazione, ed essa reclama imposta progressiva, limitazioni del diritto ereditario, assunzione dei grandi lavori per parte dello Stato, e via via altre misure, che trattengono forzatamente lo sviluppo del capitale. Poichè essa sogna pel suo socialismo un’attuazione pacifica — salvo qualche seconda rivoluzione di febbraio di pochi giorni, — è naturale che il processo storico imminente le appaia come l’applicazione di sistemi immaginati ora o prima d’ora dai pensatori della società, d’invenzioni fatte da compagnie o da singoli individui. Per tal modo i piccoli borghesi diventano gli eclettici, ossia gli adepti dei sistemi socialisti più su citati, del socialismo dottrinario, che fu l’espressione teoretica del proletariato solamente fino a che questo non si era ancora svolto in movimento storico libero e spontaneo.

Mentre così l’utopia, il socialismo dottrinario, il quale subordina il movimento complessivo ad uno solo dei suoi momenti, o che al posto della produzione sociale comune mette l’attività cerebrale del singolo pedante, e sovratutto fantastica di eliminare la lotta rivoluzionaria delle classi e le sue necessità mediante piccoli lavori di pazienza e grandi sentimentalismi, mentre questo socialismo dottrinario, il quale, in fondo, non fa che idealizzare la società attuale, accoglie di lei un’immagine senz’ombra e vuole attuare il proprio ideale contro la realtà di essa, mentre questo socialismo passa dal proletariato alla piccola borghesia, mentre, nella lotta dei diversi capi socialisti tra loro medesimi, ciascuno dei cosidetti sistemi si pone di fronte agli altri, colla pretesa di fissare un punto di passaggio alla trasformazione sociale, — il proletariato va sempre più raggruppandosi intorno al socialismo rivoluzionario, al comunismo, pel quale la borghesia stessa inventò il nome Blanqui. Questo socialismo è la dichiarazione della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe del proletariato, quale punto di passaggio necessario per l’abolizione delle differenze di classe in generale, per l’abolizione di tutti i rapporti di produzione su cui esse riposano, per l’abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione, per il rovesciamento di tutte le idee che germinano da queste relazioni sociali.

I limiti della presente esposizione non concedono un ulteriore sviluppo di quest’argomento.

Noi vedemmo che, come nel partito dell’ordine, fu necessariamente l’aristocrazia finanziaria che emerse in prima linea, così nel partito dell’«anarchia» fu il proletariato. Mentre le diverse classi confederate in lega rivoluzionaria si raggruppavano intorno al proletariato, e i dipartimenti divenivano sempre più malfidi e la stessa Assemblea legislativa sempre più arcigna contro le pretese del Soulouque francese, le elezioni suppletive, lungamente ritardate e tenute in sospeso, in seguito alla proscrizione dei montagnardi nel 13 giugno, erano imminenti.

Il governo, disprezzato dai suoi nemici, maltrattato e quotidianamente umiliato dai suoi pretesi amici, vedeva un solo mezzo per escire dalla situazione disgustosa e non tenibile — la sommossa. Una sommossa a Parigi avrebbe permesso d’indire lo stato d’assedio per Parigi ed i dipartimenti e d’avere così il comando sulle elezioni. D’altra parte gli amici dell’ordine, di fronte ad un governo, che aveva riportato la vittoria sull’anarchia, sarebbero stati forzati a concessioni, sotto pena di sembrare anarchisti essi stessi.

Il governo si pose all’opera. Al principio di febbraio 1850, provocazioni del popolo mediante massacri degli alberi della libertà. Invano. Se gli alberi della libertà perdettero il loro posto, il governo perdette la testa e si ritrasse spaventato dalla provocazione, ch’era cosa sua. L’Assemblea nazionale, però, accolse quest’inabile tentativo di Bonaparte d’emanciparsi, con diffidenza glaciale. Nè ebbe miglior successo l’allontanamento delle corone di semprevivi dalla colonna di giugno. Esso diede l’occasione ad una parte dell’esercito di dimostrazioni rivoluzionarie ed all’Assemblea nazionale d’un voto di sfiducia, più o meno dissimulato, contro il ministero. Vana la minaccia della stampa governativa di soppressione del suffragio universale, d’invasione dei Cosacchi. Vana la sfida lanciata direttamente d’Hautpoul alla Sinistra, perchè scendesse nella strada, colla dichiarazione che il governo era pronto a riceverla. D’Hautpoul non ricevette, lui, che un richiamo all’ordine dal presidente, ed il partito dell’ordine lasciò, con un silenzio pieno di maligna gioia, che un deputato della Sinistra mettesse in burletta le velleità usurpatrici di Bonaparte. Inutile finalmente la profezia d’una rivoluzione pel 24 febbraio. Il governo fe’ sì che il 24 febbraio venisse ignorato dal popolo.

Il proletariato non si lasciò provocare ad alcuna sommossa, poich’esso era in procinto di fare una rivoluzione.

Non trattenuto dalle provocazioni del governo, che non riescivano se non ad accrescere la generale irritazione contro la situazione esistente, il Comitato elettorale, interamente sotto l’influenza degli operai, pose tre candidati per Parigi: Deflotte, Vidal e Carnot. Deflotte era un deportato di giugno, amnistiato da Bonaparte in uno dei suoi accessi di popolarità; era un nemico di Blanqui ed aveva preso parte all’attentato del 15 maggio. Vidal, conosciuto come scrittore comunista pel suo libro «Sulla ripartizione della ricchezza», già segretario di Luigi Blanc nella Commissione del Lussemburgo. Carnot, figlio dell’uomo della Convenzione organizzatore della vittoria, il membro meno compromesso del partito nazionale, ministro dell’istruzione nel governo provvisorio e nella Commissione esecutiva, viva protesta, grazie al suo progetto di legge sull’istruzione popolare, contro la legge sull’istruzione dei gesuiti. Questi tre candidati rappresentavano le tre classi alleate: alla testa l’insorto di giugno, il rappresentante del proletariato rivoluzionario, accanto a lui il socialista dottrinario, il rappresentante della piccola borghesia socialista, il terzo, infine, rappresentante del partito borghese repubblicano, le cui formule democratiche avevano, di fronte al partito dell’ordine, acquistato un significato socialista, avendo esse da lunga pezza perduto il significato loro proprio. Era questa una coalizione generale contro la borghesia ed il governo, come nel febbraio. Ma questa volta era il proletariato la testa della lega rivoluzionaria.

A dispetto di tutti gli sforzi contrarî, i candidati socialisti vinsero. L’esercito stesso votò pegli insorti di giugno contro il suo proprio ministro della guerra, Lahitte. Il partito dell’ordine fu come colpito dalla folgore. Le elezioni dipartimentali non riescirono a confortarlo; esse diedero una maggioranza di montagnardi.

L’elezione del 10 marzo 1850! Fu il rinnegamento del giugno 1848: massacratori e deportatori degli insorti di giugno rientravano nell’Assemblea nazionale, ma umiliati, alla coda dei deportati, e coi loro principî a fior di labbro. Fu la ritrattazione del 13 giugno 1849: la Montagna proscritta dall’Assemblea nazionale rientrava nell’Assemblea nazionale, ma come un trombettiere mandato innanzi dalla rivoluzione, non più come condottiera di questa. Fu il rinnegamento del 10 dicembre: Napoleone era stato battuto nel suo ministro Lahitte. Un solo caso analogo è conosciuto dalla storia parlamentare di Francia: la batosta di d’Haussy, ministro di Carlo X, nel 1830. L’elezione del 10 marzo 1850 era finalmente la cassazione del 13 maggio, che al partito dell’ordine aveva dato la maggioranza. L’elezione del 10 marzo protestò contro la maggioranza del 13 maggio. Il 10 marzo era una rivoluzione. Dietro alle schede elettorali stavano i sassi del selciato.