Il 10 marzo 1850 porta l’iscrizione: Après moi le déluge; dopo me il diluvio!
IV. La soppressione del suffragio universale nel 1850. (Dal fascicolo doppio V e VI).
La continuazione dei precedenti tre capitoli trovasi nella «Rassegna» del fascicolo doppio quinto e sesto, ultimo comparso, della Neue Rheinische Zeitung. Spiegato ivi primieramente la grande crisi commerciale scoppiata in Inghilterra nel 1847 e diffusasi per via di ripercussione sul continente europeo, e come quelle complicazioni politiche si acuissero sino a promuovere le rivoluzioni del febbraio e marzo 1848, viene poscia esposto come la prosperità del commercio e dell’industria, riapparsa nel corso del 1848, salita ancor più su nel 1849, paralizzasse lo slancio rivoluzionario, rendendo nello stesso tempo possibili le vittorie della reazione. Della Francia in particolare è poi detto:
Gli eguali sintomi si manifestarono in Francia sin dal 1849 e specialmente dal principio del 1850. Le industrie parigine sono abbondantemente occupate ed anche le fabbriche di cotone di Rouen e Mulhouse vanno discretamente bene, per quanto ivi i prezzi elevati della materia greggia abbiano, come in Inghilterra, esercitato un’azione depressiva. Lo sviluppo della prosperità in Francia venne oltracciò particolarmente favorito dalla vasta riforma doganale nella Spagna e dall’abbassamento dei dazî su diversi articoli di lusso nel Messico; sovra ambidue questi mercati l’esportazione di merci francesi s’accrebbe notevolmente. L’aumento dei capitali condusse in Francia ad una serie di speculazioni, a cui lo sfruttamento su vasta scala delle miniere d’oro della California servì d’occasione. Una moltitudine di società pullulò, il basso importo delle cui azioni ed il color socialistico dei cui prospetti sono un diretto appello alla borsa dei piccoli borghesi e degli operai, ma le quali, prese in blocco o singolarmente, si risolvono unicamente in quel genere di truffa, ch’è proprio solo ai francesi ed ai chinesi. V’ha anzi una di tali società, ch’è direttamente protetta dal governo. I dazî d’importazione in Francia durante i primi nove mesi ammontarono nel 1848 a 63 milioni di franchi, nel 1849 a 95 milioni di franchi e nel 1850 a 93 milioni di franchi. Essi superarono del resto nel mese di settembre 1850 di circa un milione quelli dello stesso mese nel 1849. L’esportazione è egualmente salita nel 1849 ed ancor più nel 1850.
La prova più decisiva della ristabilita prosperità è il ripristino dei pagamenti a contanti della Banca in forza della legge 6 settembre 1850. Nel 15 marzo 1848 la Banca era stata autorizzata a sospendere i pagamenti a contanti. La circolazione dei suoi biglietti, incluse le Banche provinciali, importava allora 373 milioni di franchi (14.920.000 L. st.). Ai 2 novembre 1849 questa circolazione importava 482 milioni di franchi, ossia 19.280.000 L. st.; aumento di 4.360.000 L. st., e il 2 settembre 1850 496 milioni di franchi, ossia 19.840.000 L. st., aumento di circa 5 milioni di sterline. Non venne oltracciò ad aggiungersi alcun deprezzamento dei biglietti; al contrario, l’aumentata circolazione dei biglietti era accompagnata da una sempre crescente pletora d’oro e d’argento nei sotterranei della Banca, tanto che nell’estate 1850 la provvista di contante aumentò a circa 14 milioni di sterline, somma inaudita in Francia. Il fatto che la Banca fosse così posta in grado d’elevare la propria circolazione e conseguentemente il proprio capitale attivo a circa 123 milioni di franchi, ossia a 5 milioni di sterline, dimostra nel modo più stringente la giustezza della nostra affermazione, fatta in un precedente fascicolo, che l’aristocrazia finanziaria non solo non venne abbattuta dalla rivoluzione, ma anzi ne trasse maggior forza. Ancor più evidente riesce tale conclusione dalla seguente scorsa sulla legislazione bancaria francese degli ultimi anni. Il 10 giugno 1847 la Banca fu autorizzata ad emettere biglietti da 200 franchi; il biglietto più basso era stato fino allora da 500 franchi. Un decreto del 15 marzo 1848 dichiarò i biglietti della Banca di Francia moneta legale, sollevando la Banca dall’obbligo di ritirarli verso contanti. La sua emissione di biglietti venne limitata a 350 milioni di franchi. In pari tempo la si autorizzò ad emettere biglietti da 100 franchi. Un decreto del 27 aprile ordinò la fusione delle Banche dipartimentali colla Banca di Francia; un altro decreto del 2 maggio 1848 elevò l’emissione dei suoi biglietti a 442 milioni di franchi. Un decreto del 22 dicembre 1849 portò il maximum dell’emissione di biglietti a 525 milioni di franchi. Infine la legge del 6 settembre 1850 ristabilì la convertibilità dei biglietti in danaro. Da questi fatti, dal progrediente aumento della circolazione, dalla concentrazione di tutto il credito francese nelle mani della Banca e dall’accumulazione di tutto l’oro e l’argento francese nei magazzini della Banca, il signor Proudhon fu tratto alla conclusione che la Banca debba oggi spogliarsi della sua vecchia pelle di biscia, metamorfosandosi in una Banca popolare proudhoniana. Anche senza bisogno di conoscere tampoco la storia della restrizione bancaria inglese del 1797-1819, gli sarebbe bastato unicamente di volgere lo sguardo al di là del Canale, per accorgersi che questo fatto, per lui inaudito nella storia della società borghese, non era nulla più che un avvenimento borghese assolutamente normale, che appena ora appariva in Francia per la prima volta. Si vede come i pretesi teorici rivoluzionarî, che a Parigi dopo il governo provvisorio andavano per la maggiore, fossero altrettanto ignari della natura e dei risultati delle misure attuate, quanto gli stessi signori del governo provvisorio. Malgrado la prosperità industriale e commerciale, di cui si compiace la Francia momentaneamente, la massa della popolazione, i 25 milioni di contadini soffrono d’una grande depressione. I buoni raccolti degli ultimi anni hanno fatto precipitare in Francia i prezzi del grano ancor più basso che in Inghilterra, e la situazione de’ contadini indebitati, spremuti dall’usura e dalle imposte, può esser tutto, fuorchè splendida. La storia dei tre ultimi anni ha, oltre ciò mostrato esuberantemente che questa classe della popolazione non è affatto capace d’un’iniziativa rivoluzionaria.
Come il periodo della crisi s’affaccia sul continente più tardi che in Inghilterra, così quello della prosperità. Il processo iniziale lo si trova sempre in Inghilterra; quivi è il demiurgo del cosmos borghese. Sul continente le diverse fasi del ciclo, che la società borghese ricomincia sempre a percorrere, appaiono in forma secondaria e terziaria. Dapprima il continente esportava in Inghilterra sproporzionatamente più che in qualsivoglia altro paese. Questa esportazione in Inghilterra dipende però anch’essa dalla posizione che l’Inghilterra ha specialmente verso il mercato d’oltremare. Poi l’Inghilterra esporta nei paesi d’oltremare sproporzionatamente più che il continente intero, cosicchè la quantità dell’esportazione continentale in questi paesi è sempre dipendente dalla contemporanea esportazione dell’Inghilterra in oltremare. Se, per conseguenza, le crisi originano rivoluzioni prima nel continente, il fondamento deve tuttavia trovarsene sempre in Inghilterra. È naturale che le eruzioni violente si manifestino prima alle estremità del corpo borghese, che non nel suo cuore, imperocchè questo sia più capace d’equilibrio che non quelle. D’altra parte il grado, in cui le rivoluzioni continentali si ripercuotono sull’Inghilterra, è insieme il termometro, ove trovasi segnato fino a qual punto veramente queste rivoluzioni pongano in questione le condizioni di vita borghesi, o fino a qual punto esse si limitino a colpirne le formazioni politiche.
Data questa prosperità universale, in cui le forze produttive della società borghese si svolgono con tutta quella sovrabbondanza ch’è, in generale, ammissibile entro le condizioni borghesi, non può affatto parlarsi d’una vera rivoluzione. Una rivoluzione siffatta è possibile solamente in periodi, in cui ambidue questi fattori, le forze moderne di produzione e le forme borghesi di produzione, si scontrano in antagonismo fra loro. Le diverse beghe, a cui attualmente s’abbandonano i rappresentanti delle singole frazioni del partito continentale dell’ordine, compromettendovisi reciprocamente, ben lunge dal fornire appiglio a nuove rivoluzioni, trovano all’opposto la ragione della loro possibilità unicamente nell’essere la base dei rapporti, in questo momento, così sicura e, ciò che la reazione ignora, così borghese. Contr’essa si attutirà ogni tentativo reazionario di trattenere l’evoluzione borghese, come ogni indignazione morale, ogni proclamazione ispirata di democratici. Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito ad una nuova crisi. Quella però è altrettanto certa quanto questa.
Passiamo ora in Francia.
La vittoria, ch’era stata conseguita dal popolo in unione coi piccoli borghesi nelle elezioni del 10 marzo, venne annientata da esso medesimo, col provocare la nuova elezione del 28 aprile. Vidal era stato eletto, oltrecchè a Parigi, anche nel Basso Reno. Il Comitato parigino, in cui la Montagna e la piccola borghesia erano fortemente rappresentate, lo indusse ad optare pel Basso Reno. La vittoria del 10 marzo cessava d’essere decisiva; il termine della decisione veniva un’altra volta differito; l’elasticità del popolo era rallentata, poichè lo si aveva abituato a trionfi legali anzichè ai rivoluzionarî. Il significato rivoluzionario del 10 marzo, la riabilitazione cioè dell’insurrezione di giugno, venne completamente cancellato colla candidatura di Eugenio Sue, di questo fantasista sociale, piccolo borghese sentimentale, la quale dal proletariato poteva accettarsi tutt’al più come uno scherzo per far piacere alle grisettes. A questa candidatura bene intenzionata il partito dell’ordine, fatto più ardito dalla politica oscillante degli avversarî, oppose un candidato, che doveva rappresentare la vittoria di giugno. Questo comico candidato fu lo spartano padre di famiglia Leclerc, a cui peraltro la stampa strappò di dosso, pezzo per pezzo, l’eroica armatura ed il quale nell’elezione subì altresì una splendida disfatta. La nuova vittoria elettorale del 28 aprile rese arroganti la Montagna e la piccola borghesia. La prima gongolava già al pensiero di poter conseguire il fine dei suoi desiderî per via puramente legale e senza avere ancora da spingere con un’altra rivoluzione il proletariato in prima linea; essa calcolava con sicurezza di portare nelle nuove elezioni del 1852, mediante il suffragio universale, il signor Ledru-Rollin al seggio presidenziale ed una maggioranza di montagnardi nell’assemblea. Il partito dell’ordine, completamente rassicurato dal rinnovamento dell’elezione, dalla candidatura di Sue e dal voto della Montagna e della piccola borghesia che queste in ogni eventualità fossero risolute a rimaner tranquille, rispose ad ambedue le vittorie elettorali colla legge elettorale, che sopprimeva il suffragio universale.
Il governo, certamente, si guardò bene dal porre un simile progetto sotto la propria responsabilità. Esso fece alla maggioranza un’apparente concessione, affidando il suo lavoro ai gran dignitarî di questa maggioranza, ai diciassette burgravi. Non fu dunque il Governo che propose all’Assemblea, fu la maggioranza dell’Assemblea che propose a sè stessa l’abrogazione del suffragio universale.