L’8 maggio il progetto venne portato alla Camera. Tutta la stampa democratico-sociale si sollevò come un sol uomo, per predicare al popolo contegno dignitoso, calme majestueux, atteggiamento passivo e fiducia nei suoi rappresentanti. In ogni articolo di questi giornali si veniva a confessare che una rivoluzione avrebbe avuto per effetto di distruggere la stampa così detta rivoluzionaria e che quindi ora si trattava di conservarla. La stampa sedicente rivoluzionaria aveva rivelato pienamente il suo segreto, aveva firmato la sua sentenza di morte.
Il 21 maggio la Montagna pose la pregiudiziale, proponendo la reiezione dell’intero progetto, perchè esso violava la Costituzione. Il partito dell’ordine rispose che la Costituzione sarebbesi violata, ove fosse stato necessario; ora però non esservene il bisogno, prestandosi la Costituzione a qualsivoglia interpretazione e la sola maggioranza essendo competente a decidere sulla retta interpretazione. Agli attacchi selvaggiamente sfrenati di Thiers e Montalembert, la Montagna contrappose un umanismo decente ed educato. Essa si richiamò al terreno del diritto; il partito dell’ordine richiamò lei al terreno, ove il diritto cresce, alla proprietà borghese. La Montagna gemette: si voleva dunque a tutta forza provocare delle rivoluzioni? Il partito dell’ordine replicò che starebbe ad attenderle.
Il 22 maggio la pregiudiziale venne scartata con 462 contro 227 voti. Quegli stessi uomini, che con sì solenne fermezza avevano dimostrato come l’Assemblea nazionale e ogni singolo deputato abdicano, quando fanno abdicare il popolo loro mandante, rimasero sui loro seggi, cercando improvvisamente di far agire in vece loro il paese e precisamente mediante petizioni. E quando ai 31 maggio la legge passò splendidamente, essi si trovavano ancora là imperturbabilmente seduti. Tentarono vendicarsi con una protesta, in cui misero a protocollo la loro innocenza nella violazione della Costituzione; protesta ch’essi nè manco consegnarono al pubblico, ma ficcarono di soppiatto nelle tasche al presidente.
Un esercito di 150,000 uomini in Parigi, il lungo trascinarsi della decisione, il discredito della stampa, la pusillanimità della Montagna e dei rappresentanti neoeletti, la tranquillità maestosa dei piccoli borghesi, ma sovr’ogni altra cosa la prosperità commerciale ed industriale, impedirono qualsiasi tentativo rivoluzionario da parte del proletariato.
Il suffragio universale aveva compiuto la sua missione. La maggioranza del popolo aveva compiuto la scuola di sviluppo, che è tutto ciò cui il suffragio universale possa servire in un’epoca rivoluzionaria. O da una rivoluzione o dalla reazione esso doveva venire eliminato.
Un lusso ancor maggiore d’energia svolse la Montagna, in un’occasione presentatasi tosto appresso. Il ministro della guerra d’Hautpoul aveva, dall’alto della tribuna, chiamata la rivoluzione di febbraio una catastrofe malaugurata. Gli oratori della Montagna che, come sempre, si distinguevano con rumorose indignazioni morali, non vennero ammessi alla parola dal presidente Dupin. Girardin propose alla Montagna di escire immediatamente in massa. Risultato: la Montagna rimase seduta, ma Girardin venne espulso dal suo grembo come indegno.
La legge elettorale aveva ancor d’uopo d’un complemento, d’una nuova legge sulla stampa. Questa non si fece attendere a lungo. Una proposta del governo, resa più rigorosa da molteplici emendamenti del partito dell’ordine, elevò le cauzioni, stabilì un bollo speciale sui romanzi d’appendice (risposta all’elezione di Eugenio Sue), tassò tutti gli scritti pubblicati in dispense settimanali o mensili sino ad un determinato numero di fogli, e prescrisse, da ultimo, che ogni articolo di giornale dovesse essere munito della sottoscrizione dell’autore. Le disposizioni sulla cauzione uccisero la stampa così detta rivoluzionaria; la morte di questa fu considerata dal popolo come l’ultimo compimento dell’abolizione del suffragio universale. Ma nè la tendenza, nè l’azione della nuova legge si limitarono a questa parte della stampa. Fino a che la stampa giornalistica era stata anonima, essa figurava come l’organo dell’innumere ed anonima opinione pubblica, era il terzo potere nello Stato. La sottoscrizione di ciascun articolo fece del giornale una semplice raccolta di contributi letterarî di più o meno noti individui. Ogni articolo fu degradato ad annuncio. Fino allora i giornali avevano circolato come carta monetata dell’opinione pubblica; ora si sminuzzavano in più o meno cattive «sole di cambio», la bontà e la circolazione delle quali dipendevano dal credito non solo del traente, ma altresì del girante. Era stata la stampa del partito dell’ordine a provocare tanto l’abolizione del suffragio universale, quanto i provvedimenti più eccessivi contro la cattiva stampa. Ed ecco che la stessa buona stampa, nella sua anonimia sospetta, riesciva incomoda al partito dell’ordine ed ancor più ai singoli rappresentanti di esso nelle provincie. Esso non ammetteva, di fronte a sè, che lo scrittore pagato, con nome, domicilio e connotati. Vani furono i lamenti della buona stampa sull’ingratitudine, con cui se ne rimuneravano i servigi. La legge passò, e fu essa, la buona stampa, la più colpita dall’obbligo della designazione dei nomi. Alquanta notorietà avevano i nomi degli scrittori quotidiani repubblicani, ma le rispettabili firme del Journal des Débats, dell’Assemblée Nationale, del Constitutionnel, ecc. ecc., fecero una deplorevole figura colla loro strombazzata scienza di Stato, allorchè la misteriosa compagnia venne d’un tratto a decomporsi in venali Penny-aliners di lunga pratica, che avevano verso moneta sonante difeso ogni cosa possibile, come Granier de Cassagnac, oppure in vecchi stracci, che chiamavano sè stessi uomini di Stato, come Capefigue, oppure in parrucconi civettuoli come il signor Lemoinne dei Débats.
Nella discussione intorno alla legge sulla stampa, la Montagna era già sprofondata a tal grado d’esaurimento morale da dover limitarsi ad approvare rumorosamente le splendide tirate d’un’antica notabilità luigi-filippistica, del signor Vittor Hugo.
Colla legge elettorale e colla legge sulla stampa, il partito rivoluzionario e democratico abbandona la scena ufficiale. Prima d’andarsene a casa, poco dopo la chiusura della sessione, ambo le frazioni della Montagna, i democratici socialisti ed i socialisti democratici, emisero due manifesti, due testimonia paupertatis, nei quali dimostravano che, se non avevano mai trovato dalla loro parte la forza ed il successo, eransi tuttavia trovati sempre dalla parte dell’eterno diritto e di tutte le altre eterne verità.
Volgiamoci ora al partito dell’ordine. La Neue Rheinische Zeitung diceva nel fascicolo 3º, pag. 16: «Contro le velleità di ristorazione degli orleanisti e legittimisti riuniti, Bonaparte difende il titolo della sua potenza di fatto, la repubblica; contro le velleità di ristorazione di Bonaparte, il partito dell’ordine difende il titolo del suo dominio collettivo, la repubblica; contro gli orleanisti i legittimisti e contro i legittimisti gli orleanisti difendono lo status quo, la repubblica. Tutte queste frazioni del partito dell’ordine, ciascuna delle quali ha in petto il proprio re e la propria ristorazione, fanno valere a vicenda, contro le velleità d’usurpazione e di supremazia dei loro rivali, il dominio collettivo della borghesia, la forma, entro cui le particolari rivendicazioni rimangono neutralizzate e riservate, — la repubblica.... E Thiers diceva il vero ben più ch’ei non presentisse, allorquando esclamava: Noi realisti siamo i veri sostegni della repubblica costituzionale.»