Questa commedia dei républicains malgré eux, la ripugnanza verso lo status quo ed il costante suo consolidamento; gl’incessanti attriti di Bonaparte e dell’Assemblea nazionale; l’insistente minaccia del partito dell’ordine di decomporsi nelle singole sue parti ed il continuo ripetersi della fusione delle sue frazioni; il tentativo di ciascuna frazione di convertire ogni vittoria contro il nemico comune in una disfatta degli attuali alleati; la gelosia, il rancore, i ripicchi reciproci, l’infaticabile trar delle sciabole, che va sempre nuovamente a finire con un baiser-Lamourette, tutta questa sconfortante commedia d’equivoci non ebbe mai svolgimento più classico di quello che durante gli ultimi sei mesi.

Il partito dell’ordine considerava la legge elettorale come una vittoria altresì contro Bonaparte. Non aveva forse abdicato il governo, abbandonando alla Commissione dei diciassette la redazione e la responsabilità del proprio progetto? E non riposava la forza principale di Bonaparte di fronte all’Assemblea sul fatto che egli era l’eletto dei sei milioni? Bonaparte, dal canto suo, trattava la legge elettorale come una concessione all’Assemblea, una concessione colla quale egli aveva comperato l’armonia del potere legislativo coll’esecutivo. Come premio, il volgare avventuriero esigeva un aumento di tre milioni alla sua lista civile. Doveva l’Assemblea mettersi in conflitto coll’Esecutivo in un momento, in cui essa aveva messo al bando la gran maggioranza dei francesi? Essa mostrò di sdegnarsi; sembrò che volesse spingere le cose agli estremi, la sua Commissione rigettò il progetto, la stampa bonapartista minacciò appellandosi al popolo diseredato, spogliato del suo diritto elettorale, una moltitudine di rumorosi tentativi di transazione ebbe luogo, e l’Assemblea finì col piegarsi in pratica, ma vendicandosi nello stesso tempo in teoria. Invece di votare la massima dell’annuale aumento della lista civile di tre milioni, gli accordò una sovvenzione di 2.160.000 fr. Non contenta di ciò, fece anzi tal concessione solamente dopochè l’ebbe appoggiata Changarnier, il generale del partito dell’ordine e protettore importuno di Bonaparte. Essa accordò adunque i due milioni effettivamente non a Bonaparte, ma a Changarnier.

Questo regalo, buttato là de mauvaise grâce, venne da Bonaparte accolto nel significato datogli da chi lo faceva. La stampa bonapartista riprese a strepitare contro l’Assemblea nazionale. Ora, allorquando la prima volta nella discussione della legge sulla stampa fu fatto l’emendamento per la designazione del nome, emendamento diretto anch’esso in ispecie contro i giornali subordinati, rappresentanti degli interessi privati di Bonaparte, partì dal foglio principale di Bonaparte, dal Pouvoir, un aperto e veemente attacco contro l’Assemblea nazionale. I ministri furono obbligati a sconfessare il foglio dinanzi all’Assemblea; il gerente del Pouvoir venne citato alla sbarra dell’Assemblea nazionale e condannato alla multa più alta, a 5000 fr. Il giorno appresso, il Pouvoir portava un articolo ancor più arrogante contro l’Assemblea, ed il tribunale, quasi a dar la rivincita al governo, processò tosto parecchi giornali legittimisti per lesione della Costituzione.

Infine si venne alla questione della proroga della Camera. La desiderava Bonaparte per poter agire senza intralci dal canto dell’Assemblea. La desiderava il partito dell’ordine, sia per portare a compimento gli intrighi tra le sue frazioni, sia per tener dietro agli interessi privati dei singoli deputati. Ne avevano d’uopo ambidue per consolidare nelle provincie la vittoria della reazione e spingersi oltre. L’Assemblea perciò si prorogò dall’11 agosto all’11 novembre. Ma, non nascondendosi in alcun modo da Bonaparte come altro non gli rimanesse a fare se non emanciparsi dal pesante controllo dell’Assemblea nazionale, l’Assemblea impresse allo stesso suo voto di fiducia il marchio della sfiducia contro il presidente. Dalla Commissione permanente di ventotto membri, che si fermavano durante le ferie in qualità di custodi della virtù della repubblica, vennero esclusi tutti i bonapartisti. Al loro posto anzi vi s’introdussero alcuni repubblicani del Siècle e del National, a fine di mostrare al presidente l’attaccamento della maggioranza alla repubblica costituzionale.

Poco dopo, e specialmente subito dopo la proroga della Camera, ambedue le grandi frazioni del partito dell’ordine, gli orleanisti ed i legittimisti, sembravano volersi riconciliare e precisamente mediante una fusione delle due case reali, sotto le cui bandiere combattono. I giornali erano pieni di progetti di riconciliazione che avrebbero dovuto discutersi al letto ove giaceva malato Luigi Filippo a St. Leonard, allorchè la situazione fu d’un tratto semplificata dalla morte di Luigi Filippo. Luigi Filippo era l’usurpatore, Enrico V lo spogliato, il conte di Parigi poi, data la mancanza di discendenza di Enrico V, l’erede regolare al trono di costui. Ogni pretesto alla fusione dei due interessi dinastici era ora tolto. Ma appena ora appunto le due frazioni della borghesia scopersero come non fosse il sentimentalismo per una determinata Casa reale quello che le scindeva, ma ben piuttosto fossero i loro interessi disparati quelli che tenevano disgiunte le due dinastie. I legittimisti, ch’erano andati in pellegrinaggio alla residenza di Enrico V a Wiesbaden, precisamente come i loro concorrenti a St. Leonard, ricevettero colà la notizia della morte di Luigi Filippo. Immediatamente formarono un ministero in partibus infidelium, composto in maggioranza di membri dell’accennata Commissione di custodi della virtù della repubblica, ed il quale, in occasione d’una disputa sorta in seno al partito, escì fuori colla più ingenua proclamazione del diritto per grazia di Dio. Gli orleanisti giubilarono per lo scandalo compromettente suscitato nella stampa da questo manifesto, nè lasciarono passare istante, senza palesare la loro decisa ostilità ai legittimisti.

Durante la proroga dell’Assemblea nazionale si riunirono le rappresentanze dipartimentali. La loro maggioranza si pronunciò per una revisione della Costituzione, con più o meno clausole, ossia si pronunciò per una ristorazione monarchica, senza più precisamente definirla, per una «soluzione», confessando nello stesso tempo d’essere troppo incompetente e poltrona per trovare siffatta soluzione. Tal desiderio di revisione venne tosto interpretato dalla frazione bonapartista nel senso del prolungamento della presidenza di Bonaparte.

La soluzione costituzionale, cioè il congedo di Bonaparte nel maggio 1852, la contemporanea elezione d’un nuovo presidente per mezzo di tutti gli elettori del paese, la revisione della Costituzione per mezzo di una Camera di revisione nei primi mesi della nuova presidenza, è per la classe dominante assolutamente inammissibile. Il giorno della nuova elezione presidenziale sarebbe il giorno del rendez-vous per tutti quanti i partiti nemici, pei legittimisti, orleanisti, repubblicani borghesi, rivoluzionarî. Si dovrebbe venire ad una decisione violenta tra le diverse frazioni. Riescisse anche al partito dell’ordine d’accordarsi sulla candidatura d’un uomo neutrale al di fuori delle famiglie dinastiche, ecco Bonaparte drizzarglisi nuovamente contro. Il partito dell’ordine è necessitato, nella sua lotta col popolo, ad aumentare costantemente il potere dell’Esecutivo. Ogni aumento di potere dell’Esecutivo aumenta il potere di chi n’è investito, di Bonaparte. A misura, perciò, che il partito dell’ordine consolida la propria potenza collettiva, viene altresì a consolidare i mezzi di lotta per le pretese dinastiche di Bonaparte, a consolidare le probabilità per quest’ultimo di eludere colla violenza, nel giorno della decisione, la soluzione costituzionale. Questi andrà allora tanto meno ad urtarsi, in opposizione al partito dell’ordine, contro una delle colonne della Costituzione, quanto meno il partito stesso andrà ad urtarsi, in opposizione al popolo, contro l’altra colonna, contro la legge elettorale. Dall’Assemblea egli appellerebbe, secondo ogni probabilità, al suffragio universale. In una parola, la soluzione costituzionale pone in questione l’intero status quo politico, e dietro al pericolare dello status quo il cittadino vede il caos, l’anarchia, la guerra civile. Egli vede le sue compere e vendite, le sue cambiali, i suoi matrimonî, le sue convenzioni notarili, le sue ipoteche, le sue rendite fondiarie, le pigioni, i profitti, tutti quanti i suoi contratti e le sue fonti di guadagno, posti in questione nella prima domenica del maggio 1852, e ad un simile rischio egli non può esporsi. Dietro al pericolare dello status quo politico, si cela il pericolo dello sconquasso di tutta la società borghese. L’unica soluzione possibile nel senso della borghesia è il differimento della soluzione. Essa non può salvare la repubblica costituzionale se non con una violazione della Costituzione, col prolungamento del potere del presidente. Questa è altresì l’ultima parola della stampa dell’ordine, dopo le lunghe e profonde discussioni sulle «soluzioni», a cui essa s’è dedicata dopo la sessione dei Consigli generali. Lo strapotente partito dell’ordine trovasi così, per sua vergogna, necessitato a pigliar sul serio la ridicola, volgare ed a lui odiosa persona del pseudo Bonaparte.

Questo sporco figuro s’illudeva egualmente intorno alle cause, che sempre più lo camuffavano del carattere d’uomo necessario. Mentre nel suo partito eravi sufficiente penetrazione per ascrivere la crescente importanza di Bonaparte alle circostanze, egli credeva di dovere unicamente ringraziarne la potenza incantatrice del suo nome e la sua persistenza a far la caricatura di Napoleone. Egli divenne ogni giorno più intraprendente. Ai pellegrinaggi a St. Leonard e Wiesbaden, contrappose i suoi viaggi circolari attraverso la Francia. Così poca era la fiducia dei bonapartisti nell’effetto magico della sua personalità, che lo facevano accompagnare dappertutto da gente di quell’organizzazione della plebaglia parigina, ch’è la «Società del 10 dicembre», imballandoli in massa sui treni ferroviarî e sulle vetture postali, in qualità di claqueurs. Essi ponevano in bocca alla loro marionetta parole che, tosto dopo il ricevimento nelle diverse città, proclamavano la rassegnazione repubblicana, oppure la tenacia perseverante come motto elettorale della politica presidenziale. Malgrado tutte le manovre, questi viaggi erano niente meno che marcie trionfali.

Quando Bonaparte potè credere d’avere in tal modo portato il popolo all’entusiasmo, si mise in moto per guadagnarsi l’esercito. Fece tenere grandi riviste sulla pianura di Satory presso Versailles, nelle quali cercava di comperare i soldati con salciccioni all’aglio, con sciampagna e con sigari. Dacchè il Napoleone genuino, in mezzo agli strapazzi delle sue marcie di conquista, sapeva animare i propri soldati spossati con qualche istante di familiarità, così credeva il pseudo Napoleone che fossero grida di ringraziamento quelle delle truppe: Vive Napoléon, vive le saucisson!, ch’è quanto dire: Viva la salsiccia, viva il pagliaccio![5]

Queste visite determinarono l’esplosione della discordia, che da lungo tempo durava fra Bonaparte ed il suo ministro della guerra d’Hautpoul da un lato e Changarnier dall’altro. In Changarnier il partito dell’ordine aveva trovato il suo vero uomo neutrale, a cui non potevano affatto attribuirsi pretese dinastiche proprie. Esso l’aveva designato a successore di Bonaparte. Changarnier, oltracciò, grazie al suo contegno del 29 gennaio e del 13 giugno 1849, era divenuto il gran generale del partito dell’ordine, l’Alessandro moderno, il cui intervento brutale aveva, agli occhi del timido cittadino, reciso il nodo gordiano della rivoluzione. In fondo non meno ridicolo di Bonaparte, egli era così riescito, a buonissimo mercato, ad essere una potenza, e l’Assemblea nazionale lo aveva contrapposto al presidente perchè lo sorvegliasse. Egli poi si pavoneggiava, come fece ad esempio nella questione della dotazione, colla protezione, di cui regalava Bonaparte, e la sua prepotenza contro lui ed i ministri andava crescendo sempre più. Allorchè, nell’occasione della legge elettorale, si era in attesa d’un’insurrezione, egli aveva vietato ai suoi ufficiali d’accettare il menomo comando dal ministro della guerra o dal presidente. La stampa contribuì ancor essa ad ingrandire la figura di Changarnier. Nel completo difetto di grandi personalità, il partito dell’ordine trovossi naturalmente spinto ad attribuire la forza mancante a tutta la propria classe, ad un solo individuo, gonfiando così costui a prodigio. Tale fu l’origine del mito di Changarnier, del «bastione della società». La ciarlataneria presuntuosa, il fare d’importanza, con cui Changarnier s’abbassava a portare sulle proprie spalle il mondo, formano il contrasto più degno di riso cogli avvenimenti durante e dopo la rivista di Satory, i quali dimostrarono irrefutabilmente che bastava un semplice tratto di penna di Bonaparte, dell’infinitamente piccolo, per ricondurre questo fantastico rampollo della paura borghese, il colosso Changarnier, alle dimensioni della mediocrità, tramutando lui, l’eroe salvatore della società, in un generale pensionato.