Allora lo consolo Fabio Massimo fece ragunare l'avere e le grandi prede che là furono trovate e guadagnate, e sì le partì tutte e donò a sua gente e a sua cavallaria, e poi fece vendare bene vinti milia prigioni ch'elli aveva presi, e sì ne fece portare l'avere a Roma e mettare in comune tesoro della città. Allora tornaro alla forza e all'aiuto de' Romani molta gente che s'era partita da loro per paura di Anibal, imperò che Fabio Massimo lo' diceva e sicurava, che mai più lo re Anibal non arebbe sopra loro signoria.


[XLVII.]

Allora tornò lo consolo Valerio, il quale aveva fatto pace collo re Filippo di Macedonia e con quello di Grecia e collo re Quatenio d'Asia, ch'era allora di gran possanza. Quando tutte queste cose furono fatte, lo consolo Valerio tornò a Roma con molta gente in navilio, e arrivò e prese porto in Sicilia; e sì tosto come fu nella contrada, li venne novelle che uno duca d'Affrica, il quale era chiamato Anno, era nella città d'Agrigento, onde Valerio vi mandò uno consolo chiamato Junio, e venne dinanzi alla città con suoi Romani, e sì la prese per forza, e lo duca Anno altresì con molta della sua gente, e quali menò a Roma in servaggio. Allora cercò Junio la contrada, e renderseli quaranta castella, e sedici ne prese per forza; d'onde Junio fece tantosto le mura abbattare e confondare, e mandò li prigioni e tutto l'avere a Roma, ove grande gioia ne fu fatta.


[XLVIII.]

Allora tornò lo re Anibal e combattè con Gaio, che contra a lui aveva molta gran gente della signoria di Roma. Questa battaglia fece a' Romani grande danneggio, chè Gaio Fulvio vi fu morto, e con lui dieci principi di Roma, che le schiere guidavano, e diecisette cavalieri che di grande nome erano e di grande cavallaria, e per questo grande dolore vendicare venne lo consolo Marcello contra lo re Anibal con tutta la forza che potè avere, e sì combattè con lui tre dì, ciascuno dì infino alla notte; ma il quarto dì innanzi che venisse il vesparo, furo sì menati li Romani e 'l consolo Marcello, che per forza furo cacciati del campo, e troppo avarebbe perduto, se la notte non fosse sì tosto venuta. Ma come lo re Anibal e sue genti furono tornati a loro tende, sì rassembrò Marcello tutta sua gente, e sì lo' disse e pregò che non fussero sbigottiti per cosa che avvenuta lo' fusse, imperò che Anibal aveva perduta due tanta più gente di loro; e bene fussero certi che s'ellino volessero assalirlo vigorosamente la mattina, ellino si potrebbero molto bene vendicare del dannaggio e dell'ontia, ch'egli avevano ricevuta da' loro nemici.


[XLIX.]

E per queste parole rimenò Marcello sue genti alla battaglia, che sì bene lo' fecero quel dì, ch'ellino uccisero sette milia uomini della gente dello re Anibal, e lui e sua gente fecero fuggire per forza a loro tende, e così rimase quella battaglia, che più non ne fu fatto a quella fiata, chè tanta gente avevano perduta e Romani, che non potevano più sofferire nè più assalire lo re Anibal, se non avessero gente che lo' fusse in aiuto. Ma quando ciò venne al capo dell'anno, Marcello consolo ebbe gran gente assembrata, imperò che molto desiderava di cacciare lo re Anibal fuore di Italia, e perciò rassembrò colui il più tosto che potè a battaglia; ma malamente ne gli avvenne, chè lui vi fu morto, e sua gente tutta presa e morta sì al tutto, che uno solo non ne scampò, che tutti non fussero morti o presi.