[XLIV.]

Così e in tale maniera assembrò Scipio molta gente, che tanto fece e procacciò per suo gran senno e per sua gran prodezza, che prese la città, che allora era piena di molto avere e bene popolata di gente. Questo acquisto che Scipio fece allora, rimbaldì tutta Roma, che mandò in prigione Margon lo fratello dello re Anibal e molti altri uomini di nome d'Affrica; là fu molta gran letizia fatta, e per tale maniera diliberò Scipio tutti li staggi ch'erano in prigione delle città di Spagna, che Astrubal v'aveva messi per sicurtà che gli aiutassero, e che per persona non lassarebbero, nè per doni, nè per promesse, nè per neuna altra cosa che avvenisse, e d'altra parte che non terrebbero co' Romani, nè loro comandamenta non farebbero, s'egli avvenisse cosa, ch'eglino nella contrada tornassero. Ancora perciò che Scipio rendè agli alti baroni di Spagna loro figliuoli e loro frategli e loro nipoti, ch'erano in prigione, questi tornaro tutti a lui ed a sua gente, onde accrebbe molto sua forza e sua compagnia.


[XLV.]

Intanto gionse Astrubal con sua gran gente contra Scipio lo consolo, che la battaglia non rifiutò niente, anzi ordinò sua gente e sue schiere come valente cavaliere e cortese e savio, e sì gli amaestrò molto di ben fare e di vendicare l'onta e 'l danneggio che gli Affricani gli avevano fatto, e allora venne tutte le schiere senza dimoranza. Lo re Astrubal, che attendato era, non avea dormito tutta la notte per lo gran disio della battaglia, e la mattina per tempo fece sue schiere armare, chè non credeva che li Romani si potessero tenere contra lui in nulla maniera, e similemente li Romani desideravano di combattare con lui, e non credevano già vedere l'ora che le schiere fussero ordinate; e per questa volontà che l'uni e l'altri avevano sì grande di combattare, furo tosto assembrati. Poi che s'accostaro, là fu molto grande battaglia e pericolosa e crudele senza misericordia e senza pietà; là fecero molto bene li arditi e li valenti cavalieri, che per paura di morte none sbigottiro; e bene sappiate che neuno che troppo dubiti, non può essere nè pro nè ardito, e coloro che vogliono avere il pregio e l'ardimento di loro grande forza acquistare fama, sì si metteno in avventura di morte. Là lo' fece molto bene lo consolo Scipio, chè per sua grande prodezza furo li Affricani sconfitti lo dì, e Astrubal loro signore cacciato dello stormo, e sua gente cacciata per forza infino alla notte. Là fu molto grande acquisto fatto, chè quando li Romani tornaro di loro incalcio, ellino trovarono le tende e padiglioni degli Affricani sì guarniti d'oro e d'argento e di drappi di seta e d'avere e di prigioni e di preda, sì che appena ne potrebbe altri dire il numaro; e così crebbe in molto grande avere Scipio e in grande nome pel primo anno per la terra di Spagna e per tutte le contrade del paese d'intorno.


[XLVI.]

Eutropio conta che intanto Fabio Massimo uscì di Roma con grande gente appiè e a cavallo per volontà de' senatori, e sì andò tanto che gionse alla città di Taranto, ove era tutto il fornimento di Anibal, e le grandi ricchezze ch'egli avevano conquistate per molte contrade. Quando Abran, uno duca dello re Anibal, che molto era valente e di grande potenzia, che con lui avea molta gran gente menata e ragunata dentro alla città di Taranto, sì tosto come Fabio Massimo venne dinanzi alla città, sì uscì lo duca contra a lui a battaglia ordinata, e senza fare menzione o parola nulla di fare o pace o concordia, ma tostamente s'incontrarono con loro, però che si odiavano mortalmente, e sì si feriro molto duramente li Romani e li Affricani, imperò che molto desideravano di sconfiggiare l'uno l'altro e cacciarsi di campo. Coloro che là assembraro primamente, non curavano di belle giostre per mostrare loro cavallare, anzi assembraro sì tosto come si viddero, e cominciaro a trarre e a lanciare l'uno l'altro, e quelli appiei e quelli a cavallo tutti insieme, e sì si ferivano di lancie e di quadrella e di spade e d'accette taglienti, che allora e in quello tempo erano molto in usanza di portare in battaglia, colle quali si fendevano e tagliavano teste e costati e petti in sì grande quantità, che tutta la terra n'era coperta. In quella battaglia uccise Fabio Massimo Abran, per la cui morte quelli della città di Taranto e li Affricani medesimi che con lui erano, furono sconfitti. Là fu molta grande distruzione di cavalieri e di sergenti allo 'ncalciare verso la città, imperò che li Romani li seguivano molto vigorosamente, sicchè insieme con loro entraro dentro alla città, e sì furo sì duramente sbigottiti e spaventati quelli che sopra le mura della città erano, e le donne e le damigelle per lo grande dolore e per la grande distruzione, ch'elle vedevano fare di loro gente, che ciò era maraviglia; e già neuno faceva difesa per li Romani ritenere o per difendare loro vita. Così e in tale maniera fu presa la città di Taranto.