Mentre che la battaglia era sì pessima e pericolosa, andò tanto la cosa d'una parte e d'altra, che lo re Astrubal vi fa morto sopra uno fiume, che a nome Menarco[39], e fu tutta sua gente venta e sconfitta; là fu fatta grande distruzione di gente, però che della gente dello re Astrubal ne furo morti cinquantotto milia e presine sei milia, che tutti furo menati in servaggio a Roma, e si ricoverarono quattro milia pregioni, che aveva Astrubal, tutti Romani, de' quali li due consoli che avevano la battaglia venta, ebbero grande gioia e grande letizia, e de' Romani furo morti in questa battaglia ben otto milia, de' quagli poco curavano, perchè avevano vinta la battaglia. In quella battaglia conquistoro li Romani molto onore e molte grandi ricchezze, che lo re Astrubal e sua gente avevano recate, come oro e argento e ricchi drappi di seta, tanto che nullo ne potrebbe dire la quantità; e poi appresso fecero prendare la testa dello re Astrubal e fecerla portare allo re Anibal suo fratello, là ove egli era attendato con tutta sua gente.
[LIII.]
Quando lo re Anibal vidde la testa di suo fratello Astrubal, e seppe il dannaggio e la grande sconfitta di sue genti, elli si trasse versa Sicilia per temenzia d'alcuna sciagura e per lo dolore di suo fratello e di sua gente, della quale lo re Anibal facea grande dimostranza; poi passò uno anno, che tra e Romani e lo re Anibal non fu battaglia, non perchè fusse nè pace nè triegua infra loro, ma perchè avevano auto l'uno e l'altro tanta pistolenzia, oltre alle crudeli battaglie, che non potevano arme prendare per andare a battaglia. Intanto Scipio ebbesi la contrada conquistata da' monti di Pineos infino al mare Oceano, cioè al mare che intornia tutto il mondo, nel quale tutte le nazioni stranie di diverse maniere abitano, e tutti bracci di mare, città e castella e ville e piani e montagne tutte sottomisse alla signoria di Roma; e ciò che si metteva a fare, li veniva fatto in modo che il più della gente credeva ch'egli operasse per volontà delli Dii, e che in lui fusse alcuna cosa divina, perciò che in lui erano tutte le bontà d'onore e di larghezza è di prodezza, come più potevano essare in nullo uomo, che mai fusse nel mondo. Quando Scipio ebbe tutta Spagna conquistata, come voi udite dire e contiare, elli tornò a Roma con sì grande onore e gloria e con sì grandi ricchezze, che Roma fu tutta di gioia piena.
[LIV.]
Io non v'andarò contando nè divisando l'onore della vittoria che fu fatto a Scipio, e la festa e la letizia che per sua tornata fu mostrata; s'io ciò volessi contiare, troppo avarei a fare, e però mi tacerò a questa fiata. Ma appresso a tutta la gioia che li fu fatta a Roma, sì deliberaro di nuovo e senatori e consoli di Roma, che Scipio passasse in Affrica per conquistare Cartaggine e distruggiarla; e mentre che lo re Anibal era ancora in Sicilia e in Calavria, Scipio s'apparecchiò molto riccamente, e sì si partì di Roma con sì grande gente e con sì gran ricchezza come per acquistare Cartaggine e tutto lo regno d'Affrica; e quando ebbe preso commiato da' senatori di Roma e da' prossimani amici e parenti, elli andò tanto che gionse al mare, ove il navilio era bello e ricco. Lenio e Manlio, che l'oste guidavano, amendue valenti principi di Roma, fecero le navi caricare di farina e di biscotto e di vino e d'acqua dolce e di carne salata, e quando e ricchi destrieri furo dentro entrati e prencipi e sergenti, li marinari trassero le vele alte sugli arbori, e staccaro l'àncora da terra per fare le navi partire di porto; e tosto si partiro e dilongaro da terra, però che un gran vento si levò e ferì nelle vele di diversi colori, che tosto li cacciò nel pelago di mare e dilongolli dalla terra d'Italia.