Così come voi udite, fece lo re Anibal di Cartagine primamente tagliare li monti di Mongeu per fare la via con gran costo e con gran pena, e ciò possono sapere coloro che l'ânno veduto e che vi sono passati; e quando ciò ebbero fatto, Anibal passò oltre con tutta sua gente, e al sesto giorno giunse dall'altra parte al piano; e quando ebbero tanto aspettato che giunsero tutti, e tutti furono passati, cavalieri e pedoni e ogni bestiame, elli fece sua gente annoverare per sapere lo numaro di sua gente, e sì trovò ch'egli aveva con seco cento migliaia d'uomini appiei, e sessanta migliaia di cavalieri tutti armati; e sì dice Eutropio e contia ch'elli aveva cento olifanti senza e camelli ed altri animali, de' quali aveva sì grande abbondanzia, ch'appena se ne potrebbe fare il numaro.
[XIV.]
E tuttavolta crescevano e multipricavano le genti ad Anibal molto grandemente delle contrade che si ragunavano con loro. Allora cavalcò Cornello Scipio molto forte, e con lui suo figliuolo, che fu poi chiamato Scipio Affricano (e la ragione perchè vi contiarò innanzi che sia la fine di questo libro) con gran popolo di Roma per combattare contra Anibal, che per suo grande orgoglio voleva combattare la terra d'Italia, che ora è Lombardia chiamata. Quando furo tanto approssimati[24] l'osti d'una parte e d'altra, che non v'era altro che abbassare le lancie, ellino broccaro[25] li cavalli delli speroni, e sì si corsero a ferire sì duramente, che più di due milia cavalieri tra l'una parte e l'altra si gittarono a terra de' cavalli, de' quali vi furono molti feriti villanamente. E sappiate che ine si cominciò lo stormo fiero e mortale, che non si risparmiavano niente, anzi vi dico bene di verità che si faceano il peggio che poteano; lo padre non avarebbe riguardato lo figliuolo, e lo figliuolo lo padre. Li Romani credeano per forza sconfiggiare li Affricani per loro grande forza e per loro grande orgoglio, onde erano sì pieni, che non dottavano persona del mondo, ma nollo valse niente, chè troppo avevano gran gente e gran cavallaria quelli di Affrica; e là fu lo consolo Scipio ferito molto duramente, e sì fu abbattuto a terra, ed ucciso l'avarebbero, se non fusse Scipio suo figliuolo, che vigorosamente lo soccorse, d'onde sofferse molta gran pena; e sappiate che là furono morti de' Taliani e de' Romani tanti, che pochi ne camparono col consolo e col figliuolo, e quali si partirono dolenti e tristi; e in questa maniera ebbero dolore li Romani a quella prima fiata, per la sciagura ch'eglino ebbero contra Anibal, che di quella prima vittoria ebbe molto gran gioia. Allora ebbe Scipio Cornellio molto gran dolore quando fu ferito, e più per sua gente che morta era, la quale aveva di Roma menata; e per quella ontia vendicare assembrò gente, e richiese quanto potè il più tosto che potè, e ritornò contra lo re Anibal, il quale odiava dentro a suo cuore, perciò che tal dannaggio gli aveva fatto, come di sua gente uccidare e tagliare, e assembrare al fiume di Trema.
Sappiate che la battaglia fu ine grande e pericolosa, ed allora furo ine li Romani sconfitti e tutti morti e messi a perdizione. Publio Semplonio lo consolo, ch'era in Cicilia, seppe ed intese che Scipio suo compagno aveva auto sì gran dannaggio di sua gente e di sua cavallaria. Allora si mosse con tutta la sua gente e con quanto aiuto elli potè avere con lui per venire centra Anibal, e per vendicare li Romani del gran dannaggio e della gran perdita ch'egli avevano fatta; e tanto andò Sempronio consolo con tutta sua oste, che venne ove li Romani erano stati sconfitti l'altra fiata, e là trovò ancora lo re Anibal e sua gente, che veniva incontra al consolo a battaglia; e sappiate che là furo fatte grandi prodezze per l'una parte e per l'altra per difendare loro corpi e loro vita e loro avere. In quella battaglia fu lo re Anibal ferito d'una saetta molto duramente, ma sappiate che non morì a quella fiata, anzi lo' vendè molto cara l'ira e lo corruccio ch'egli ebbe di sua piaga e del dolore e dell'angoscia ch'egli ebbe; fu elli sì ripreso di mal talento, che fece tanta di prodezza e d'ardimento, poi che fu ferito, che più di mille Romani ne perdero la vita. E sappiate che Publio Sempronio fu sconfitto in quello stormo, ch'era consolo e molto buono guerriere e valente cavaliere, e sì vi fu sì villanamente menato, ch'a pena ne scampò, e così ebbero li Romani gran perdita e gran dannaggio dallo re Anibal a quella fiata.
[XV.]
Anibal inforzò e crebbe molto contra li Romani per queste vittorie in tal modo, che la maggiore parte di quelli di Italia vennero a sua mercè per paura ch'egli avevano di lui e di sua gente, e sì si sottomissero a sua signoria, e lassaro li Romani con chinche eglino erano, e là soggiornò Anibal tutto verno, e quando venne la primavera, elli si misse in via per venire in Toscana. Ma sì tosto come venne al monte Apennino, venne una sì gran tempesta di nieve e di gragnuola mescolata insieme, e con ciò folgori sì aspre e sì maravigliose, che ciò era terribile cosa a vedere, per la quale cosa due mesi tutti interi non si potero mutare; anzi furo caricati li olifanti e camelli e cavagli e altre bestie e tutta l'oste di nieve e di freddura e di gragnuola in tal modo, che appena si potevano tenere in piei nè muovare, ed erano sì coperti di nieve l'armadure e le bestie, che non si cognoscevano di che pelo si fussero. E sappiate che lo re Anibal perdè molti de' suoi cavalieri e delle sue bestie per la gran freddura che non potevano sofferire, e di poco si fallì, che tutti li olifanti non perdero la vita. E quando Anibal vidde ciò, elli si partì il più tosto che potè della montagna; e sappiate che ciò non fu niente grande maraviglia, se si partiro d'onde eglino avevano auto tanta pena e travaglio, e per questa pistolenzia e per questa disavventura ricevette lo re Anibal molta grande perdita e molto grande dannaggio maggiore che none aveva fatto in tutta l'altra via. Allora se n'andò Scipio figliuolo dell'altro Scipio, ch'era stato sconfitto per lo re Anibal nelle terre di Spagna.