Un milanese aveva lasciata l’azza nelle interiora d’un Fiammingo, la spada l’aveva fatta a pezzi fendendo quattro elmetti di seguito, il pugnale rotto sino al manico crepando la corazza del vescovo di Magdeburgo. Così senz’armi colla sola manopola di ferro alza la destra a modo di ferrea tanaglia su Federigo, la piena degli Ungaresi lo respinge, ritorna alla prova e questa volta le sue unghie strisciano sulla corazza del Barbarossa, gli strappa l’imperiale collana e gliela sbatte sul viso. La pugna che si faceva intorno all’imperatore era così terribile; i giganti Fiamminghi, i bravi Ungaresi morivano anch’essi da eroi per il loro padrone, ferivano a tutta possa per liberarlo. Ma se in quel punto agl’Italiani fosse anche fuggita l’anima di petto, credo che non se ne sarebbero accorti. Un Piemontese grida al Milanese della manopola:—Qua, qua fratello, che ti dia una mano e s’apra la strada a questo modo: distende un pugno sull’elmo ed un Magontino, il quale capitombola versando il sangue dalla visiera, segno che era morto,—tira via un altro tedesco prendendolo pel braccio e lo fa ululare, segno che il braccio glielo aveva rotto; arriva a Federigo, gli mette a modo nostro la destra sul collo, e colla sinistra lo stringe alla vita; Veronesi, Piemontesi e Milanesi son tutti sopra al tiranno; il Milanese poi della manopola fattosi, Dio sa come, nuovamente largo, piomba su Federico, e mentre il Piemontese lo scuote alla vita, egli afferratolo per le punte della corona gli fece battere e ribattere la testa sulla testa del cavallo, gridando: Muori assassino della mia patria—ed il Piemontese gridava egli pure: Ammazzalo, ammazzalo questo cane; ed un Toscano: Ne voglio un lacerto per farlo cuocere—a pezzi a pezzi—vivo vogliamo mangiarlo!—vogliamo vedergli il cuore—a brani a brani.—E veramente la cosa sarebbe terminata a questo modo, ma un’ondata di Fiamminghi, fatto uno sforzo estremo, tentò di rompere quel cerchio. La zuffa andò in un convulso di uomini e cavalli, italiani e tedeschi, di gambe che si agitavano in aria, di mani che tentavano appoggiarsi in terra, e si sentivano masticare le dita dai denti di chi era sotto calpestato da tanti piedi e ginocchi. Era un turbine di cento mila diavoli che si divoravano fra di loro.—I gridi di Viva l’Italia, ammazza, scanna quei cani, rochi per l’arsura delle gole, crescono, oramai non sentesi più altro.—Dov’è la famosa guardia imperiale dei giganti Fiamminghi? uccisa.—Dove gli Ungaresi? uccisi.—E Federico Barbarossa?—Il suo cavallo è là sventrato, attorno sono i pezzi dell’armatura.—Il suo corpo? chi può riconoscerlo fra tanti cadaveri che han tronche le mani, le gambe e la testa? L’imperatore è morto[9].—Su tutti i punti del campo i Tedeschi, gettate le armi, fuggono alla disperata, fuggono chiedendo misericordia, ma non la trovano che nella fuga.
Per otto miglia di seguito la furia degli Italiani perseguitò i fuggiaschi imperiali, per otto miglia di seguito lo spazio fu seminato di carne tedesca. Sin sulle sponde del Ticino le spade repubblicane continuarono a ferire, e le acque di quel fiume andarono rigonfie pel barbaro annegato bestiame.
I Lombardi ritornando dal cacciare i nemici, ripassarono nel campo di Legnano dov’era rimasto ad aspettargli il carroccio. Quivi quei prodi Lombardi trattisi l’elmo, col sorriso sulle labbra asciugarono il sudor dalla fronte, altri frammezzo ai compagni festanti pestavano, rompevano e sfracellavano gli esecrati stendardi dell’aquila a due teste. Quindi caricato il Carroccio delle spoglie imperiali, cantando i cantici della vittoria fra le grida di Viva l’Italia, fra lo suonare a festa di mille trombe trionfalmente rientrarono in Milano.
IV.
GIROLAMO OLGIATI.
Dal Visconteo castello
Ove ogni fe’ tradì,
Già l’Attila novello
Dal ferro ultor fuggì.
Fur di Milano i figli
Eroi più che guerrier....
E li dicean conigli
Dell’Austria i masnadier!
Di schiavi in man le spade
Non son che un giunco, un stel;
In man di libertade
Son fulmini del ciel.