Ora tutto lo sforzo imperiale, cavalleria, fanteria, le schiere dei frombolieri, balestrieri, le macchine di guerra si rovesciano sopra le sei schiere dei cittadini che stavano davanti al carroccio; dietro in lontananza e silenziosi stavano i trecento.

Il Barbarossa giunse a forare, spezzando in due le schiere dei Lombardi, di modo che una metà rimase a difesa del carroccio.—Ed egli sempre animando i suoi si getta sulle file degli Italiani, ad ogni poco queste si diradano, si rassottigliano, si mostrano sceme.—O sacro carro della libertà, a te d’intorno i tuoi difensori cadono rotti come le canne dinnanzi al petto di fiero cinghiale.—La vittoria abbandona i repubblicani, e Federico imperversa nell’opera di distruzione; tempestando già s’avvicina al Carroccio, sprona il suo possente cavallo fiammingo, il quale nitrendo, lacerato nei fianchi si rizza sulle coscie e batte colle ferrate zampe del davanti sul tavolato del Carroccio.—Gli accesi candelieri caddero d’in sull’altare, un traverso della croce si ruppe, ed il Cristo rimase col braccio destro inchiodato e disteso.... Come in atto di fulminare.—Ogni cosa era sossopra, il sangue correva a rivi fumanti. Davanti all’eremita i nostri guerrieri si facevano scannare, uno gli rottola ai piedi inzozzandogli le mani e gli abiti pontificali di sangue; in quel mentre Federico trafigge a furia di sproni il suo cavallo, e tenta farlo salire di sbalzo sul carro.—L’eremita gli si pianta di faccia, e sollevata la destra insanguinata, scaglia sul capo del Barbarossa le parole della scomunica fulminategli dal papa, Anathema, anathema tibi sit!

Il volto di Federico diventò livido come cenere; il suo cavallo sbuffando, a criniera svolazzata, retrocesse, e colle larghe narici fiutò lungamente il terreno. Federico, come leone che si flagelli colla propria coda, cercava ridestar la sua smarrita ferocia.

Frattanto cosa fanno i trecento, perchè non si precipitano essi pure a morire per la patria e per la libertà?

I trecento sono discesi da cavallo, hanno posto il ginocchio a terra e baciano il suolo.—A quella vista l’imperatore con alta voce di scherno grida: «Ecco i vili Italiani che mi domandano misericordia».

O Imperatore imbecille, gl’Italiani non dimandano misericordia che a Dio.

I trecento non risposero, tranquillamente risaliti in sella abbassarono le visiere, calarono le lancie, e solo allora ruppero il silenzio con un terribile: Viva l’Italia! e spronarono.

Parve che il Dio delle vendette avesse finalmente sprigionato i suoi fulmini. Accanto a Federico era un Alfiere che portava lo stendardo imperiale; trapassato da una lancia, cade ravvolto nella sua odiata bandiera dell’aquila a due teste.—Viva l’Italia! in un momento gli approcci del carroccio sono sgombri da ogni peste tedesca, la martinella torna a suonare a distesa. L’ira degli Italiani si rovescia in Federico. Invano Ungari e Fiamminghi tentano di fargli riparo, quel riparo è superato; gl’Italiani sono addosso a Federico.

O per Iddio! finalmente ci sei, o Barbarossa, a corpo a corpo coi nostri guerrieri. Per la tua vita io non darei l’ultima moneta di rame.