BELLEGARDE
N.o III.
AL POPOLO
Molti domandano perchè dobbiamo astenerci dal fumar tabacco e dal giuocare al lotto? È spiegato in due parole. I Tedeschi oltre i tanti milioni che portano via agli aggravj messi per forza sulle campagne, sulle case e sulle mercanzie, ci portano via di più quasi 8 milioni ogni anno, che noi non paghiamo per forza ma volontariamente. Questi 8 milioni sono l’imposta sui nostri vizj e sulla nostra ignoranza. Difatto chi ci obbliga a comperare a sì caro prezzo un po’ di fumo, a pagare il tabacco il quadruplo di quello che vale? Chi ci obbliga a giuocare al lotto? E non capite voi che questo è un giuoco in cui l’impresa è sicura di vincere, una vera ladreria, che se qualcuno volesse metterla su per suo conto anderebbe in prigione come truffatore? E poi sapete quel che possono dire di noi? Possono dire che siamo un popolo di oziosi, che consumiamo ogni anno 7 od 8 milioni in tabacco e dopo ci lamentiamo che manca il pane ed il lavoro; possono dire che siamo un popolo di minchioni, che ogni anno gettiamo in un giuoco d’azzardo 8 o 9 milioni, e che per la gola di guadagnare senza fatica togliamo tutte le settimane il pane di bocca ai nostri figliuoli e torniamo sempre alla stessa trappola. E sono 30 anni che la trappola lavora, e avrà ingojato a quest’ora forse più di 150 milioni. Guarda, o popolo, che bel patrimonio hai gettato via senz’accorgerti per un po’ di fumo, un po’ di puzza ed un po’ di speranza che somiglia all’amo con cui si prendono i pesciolini!
Non è dunque nè per capriccio nè per una prepotenza che chi ha occhi in testa consiglia di non fumare e di non giuocare al lotto, ma è pel nostro meglio. Così si vedrebbe che non siamo minchioni, e che sappiamo calcolare il nostro interesse e andar d’accordo tra di noi alla barba delle spie e dei poliziotti che predicano la discordia e l’ignoranza, e vorrebbero vedere che noi stessi ajutassimo colle nostre mani a cavarci la pelle.
N.o IV.
Eccellenza!
Ogni qualvolta lamentevoli circostanze percuotono la popolazione, crede il Collegio Municipale debito suo farne soggetto di rimostranza all’autorità che ci regge, onde vengavi posto riparo. Nè crederebbe servire al proprio mandato che tiene e dalla cittadinanza e dal sovrano, se mancasse in ciò di quella solerte vigilanza, di quell’affetto al buon ordine, di quel desiderio ridotto in atto, che tutto collima alla tranquillità, alla pace. Egli è perciò che la rispettosa Congregazione Municipale non dubita far presente all’E. V. quale funesto effetto generi negli animi dei cittadini tutti il nessun rispetto che vien adoperato verso la personale sicurezza col sistema ormai adottato delle improvvise deportazioni. Poichè qual legge mette in diffida il suddito di tal genere di pena? a qual delitto vien essa applicata? Nessun atto della Sovrana Maestà è o fu giammai promulgato che determini gli estremi di tale procedura, sicchè possa il cittadino imputare a sè medesimo se di tale penalità venga afflitto. Se nei cittadini havvi delitto o mancamento alcuno, perchè non si consegnano ai tribunali per il regolare processo? È forse pietà l’attribuire una pena che si direbbe minore a quella dal Codice comminata per le loro colpe? Chi ne sarà persuaso senza procedimenti? Si proceda dunque, si sentenzii se delitto esiste, e se dappoi la Clemenza Sovrana in luogo di un carcere rigoroso infliggerà una deportazione, sarà tale atto benedetto qual grazia, mentre attualmente è imprecato come arbitrario abuso di autorità. L’E. V. è testimonio quale favorevole effetto avesse prodotto il proclama vicereale del 9 gennajo: come se si fosse in quelle vie progredito, a poco a poco poteva sperarsi un rallentamento nello spirito pubblico, una remissione dal sentimento di alienazione d’animo. Ma tutto si distrusse col proclama imperiale del giorno 17, col pubblicare articoli offensivi al carattere e situazione del paese, col sistema delle deportazioni E perchè esacerbare una piaga che doveva essere medicata? Eccellenza, la congregazione comunale si rivolge alla conosciuta probità che la distingue, perchè voglia farsi organo dei giusti lamenti di una cittadinanza che fu sempre obbediente, sottomessa all’autorità, nè si eresse giammai a contrapporre la minima resistenza.
Qualunque dimostrazione possa essere stata messa in campo, lo fu ad esprimere voti di migliorata situazione, della quale veniva data al pubblico solenne fondata speranza. Sia tutelata adunque la pubblica e privata sicurezza, nè gli individui abbiano a temere di vedersi rapiti alle loro famiglie per essere deportati in lontane ed estranee regioni senza conoscerne il perchè. I padri, le madri, le mogli, i figli non abbiano ad ogni romore che rompe il silenzio della notte, ad immaginarsi gli agenti di polizia invadere il santo asilo di famiglia onesta, sturbata la domestica pace, vedersi rapire gli oggetti più cari al loro cuore, ad onta che nessuna taccia di colpa venga loro rinfacciata. L’Eccellenza Vostra può ben comprendere che non sono tali atti che ponno rannodar fra loro in iscambievole amicizia i popoli che obbediscono ad un medesimo scettro, nè questi con coloro che esercitano in nome di principe clementissimo un’autorità che ci limiteremo a chiamare rigorosa.
Confida novellamente la Congregazione della R. Città di Milano che non abbia ad esser vana questa rispettosa rimostranza, e che l’E. V. saprà appoggiarla con tutta l’energia di un degno magistrato che fu sempre difensore della giustizia, protettore dell’innocenza, propugnatore dell’equità.