SPAGNUOLI, FRANCESI E TEDESCHI
o
IL GIRO DI TRE SECOLI.
Non sempre i fatti che hanno la maggior importanza in sè stessi, e la maggior estensione pei loro effetti, sono poi anche i meglio conosciuti, sia ne’ loro principj, sia nella loro mole. Il più delle volte il pubblico non prende per guida de’ suoi giudizj che pure apparenze. Le sue opinioni si modellano sui racconti che egli riceve, per lo più da mani le meno versate nella materia, l’onore è attribuito a chi non tocca, il biasimo è applicato a chi nulla ha fatto per meritarlo. Così l’errore va circolando e prendendo piede, e la credulità dei contemporanei tramanda alle generazioni che succedono un retaggio d’erronee nozioni, frutto dell’ignoranza degli uni e della confidenza degli altri, o nell’affermare ciò che ignorano, o nell’ammettere ciò che trovano affermato. Formasi quindi una falsa istoria, specie di favola convenuta, che nulla insegna, che fa anzi qualche cosa di peggio, poichè insegna l’errore, sfigura i fatti, e mette gli attori fuori del suo posto.
Di Pradt, Sulla ristaurazione del
Governo reale in Francia.
Carlo V, che nell’età di diciannove anni era stato creato imperatore, era il più potente sovrano di Europa. A lui come ad assoluto padrone obbedivano le Spagne, l’America, i regni di Napoli e di Sicilia, i Paesi Bassi, gli Stati Austriaci, e per ultimo, tutti gli Stati del ducato di Milano, lasciatigli da Francesco Sforza ultimo duca. Questo monarca, il primo che possedesse tanta estensione di stati dopo Carlo Magno, volle prima di morire dividerli tra suo figlio Filippo II e suo fratello Ferdinando, e fece il primo re di Spagna, dell’America, dei Paesi Bassi e del ducato di Milano, chiamando questo ramo primogenito austro-spagnuolo; al secondo lasciò tutti gli Stati austriaci, distinguendolo dall’altro come secondogenito, chiamandolo austro-tedesco. Passata così la Lombardia sotto i Re di Spagna, e dallo strepito della guerra, all’ozio della pace, vediamo il commercio estinto, l’agricoltura negletta e disprezzata, le imposte esorbitanti, il pubblico erario per cattiva amministrazione sempre esausto. La politica spagnuola spirò nei Lombardi insensibilmente mollezza, pusillanimità ed un pensar superstizioso, che terminò di cancellare ogni traccia di quel carattere fermo e guerriero che distinse gli antichi nostri avi. Nel cuor dei nobili nacque un puerile orgoglio, nella plebe inerzia e viltà, che continuarono sino all’epoca della prima rivoluzione di Francia, con grave rammarico di chi ama l’onor nazionale. Dalle quali cose tutte pur troppo si comprende che i Milanesi sempre più avidi d’imitare i costumi ed il carattere delle straniere nazioni alle quali furono soggetti che di sostenere il loro proprio.
Morto nel 1701 Carlo II, re delle Spagne, senza figli del miglior sesso, per la sua successione si accese lunga ed accanita guerra tra i principali sovrani d’Europa, che aspiravano all’eredità di uno stato florido ed ubertoso; la qual guerra scompigliò tutte le cose d’Italia e non ebbe fine se non per la pace d’Utrecht, tra la Francia, l’Inghilterra e la Casa di Savoja, e per la pace di Rastadt, conchiusa nel 1714 colla Corte di Vienna. In questi trattati si riconobbe Filippo V, duca d’Angiò, re delle Spagne, e Carlo VI, imperatore di Germania della famiglia austriaca, ebbe il regno di Napoli, gli Stati della Toscana, la Sardegna, il territorio Milanese e la Fiandra. Così dopo sanguinose contese la Lombardia venne all’ultimo in potere della germanica Casa d’Austria.
L’imperatore Carlo VI morendo pure senza prole, chiamò all’eredità de’ suoi Stati l’arciduchessa Maria Teresa, già moglie a Francesco di Lorena, la quale seppe coraggiosamente sostenere i diritti della sua eredità, che le venivano contrastati dai principali Sovrani d’Europa. Emanò provvide leggi amministrative, tra le quali deve annoverarsi quella del censimento, immaginata sino dai tempi di Carlo V, proseguita sotto Carlo VI, e compita solamente nel suo regno. A lei succedeva il figlio Giuseppe II, principe, al dire del Botta, per vigor di mente e per amor verso l’umana generazione facilmente il primo se si paragona ai principi dei suoi tempi estranei alia sua casa, il primo forse ancora, od il secondo se si paragona a Leopoldo suo fratello, che molto pensò e molto operò in beneficio delle austriache dominazioni. Fu in questo torno di tempo che Milano vide fiorire i Beccaria, i Verri, ed altri cospicui suoi cittadini, i quali animati d’un fervido amor di patria, osavano insegnarci col loro esempio a rompere la gran folla degli errori in cui eravamo perdutamente avvolti. Ma il dispotismo monarchico, l’orgoglio feudale, la mollezza dei potenti, la corruzione de’ costumi di un popolo abbrutito nella schiavitù e nell’infingardaggine, avea estinto quello spirito eroico di libertà, onde tanto s’erano un giorno illustrati i Lombardi. La politica di Giuseppe II, di Leopoldo e di Francesco II parea dover per sempre raffermare la schiavitù in Lombardia, quando la rivoluzione di Francia (1789) nell’atto che crollava dai fondamenti il grand’edificio della monarchia, divenuto troppo pesante alla massa del popolo, venne all’Europa tutta preparando una rigenerazione politica che sarà mai sempre di esempio e di ammirazione a tutti i popoli della terra.
I sovrani, soliti a vedersi circondati da folla di gente, cui era perfino delitto il pensiero d’indipendenza, credevano che la sommossa della Francia sarebbe soffocata nel suo nascere. L’austriaco Imperatore congiunto con i vincoli del sangue alla famiglia dei Borboni, fu il primo a prendere le armi per porre un argine ai progressi della rivoluzione. Ma nè gl’inconsiderati tentativi della Corte di Berlino, nè gl’impotenti attacchi della Spagna, nè tutti i dispendiosi sforzi dei gabinetti di Londra e di Germania, nè tampoco la debole barriera opposta dal Re di Sardegna, poterono trattenere le vittoriose falangi della Francia, le quali, non più curando le inaccessibili sommità delle Alpi, piombano in Italia, fugano per ogni dove gli eserciti de’ suoi dominatori e recano ai popoli da loro conquistati quella libertà che da più secoli avevano perduta.
Milano, abbandonata dall’ultimo suo governatore, l’arciduca Ferdinando, divenne conquista del vincitore, intantochè immersa nelle sue antiche abitudini, spaventata da’ falsi presagi di un avvenire burrascoso, ondeggiò per qualche tempo fra la speranza ed il timore, e la discordia che divideva spesso l’opinione de’ cittadini, ritardavale un’epoca che in apparenza la doveva restituire al lustro delle sue antiche glorie. Alcuni personaggi che sostenevano la rappresentanza del popolo, avendo chiesto di costituirsi in repubblica, sebbene tuttora fervesse la guerra tra la Francia e la Germania, il supremo generale Bonaparte accordò loro, il 9 luglio 1797, la desiderata nuova forma di Stato col titolo di Repubblica Cisalpina, al governo della quale era un direttorio esecutivo, composto dai cittadini Serbelloni, Moscati, Paradisi e Sommariva, e un corpo legislativo, il tutto sul modello della repubblica francese. La solennità di questo giorno sacro alla libertà della Lombardia ebbe luogo nel Lazzaretto fuori di porta Orientale, che chiamossi Campo di Marte. Alli 17 ottobre dello stesso anno, vinta l’Austria dal valore delle truppe francesi, dovette l’Imperatore segnare il trattato di Campo Formio. Ma l’Austria aveva sottoscritto questo trattato col solo fine di prender tempo, per rimettersi in forza ed indurre l’imperatore delle Russie a mandar ad effetto i trattati di un’antica alleanza che sussisteva fra le due corti imperiali. Cosicchè quando i Milanesi credevano di esser sollevati dai pesi di una guerra così lunga e rovinosa si videro di nuovo involti in un turbine ancora più spaventevole. Calati i discendenti de’ Goti in Italia ad accrescere le forze, in quel breve spazio di tregua aumentate, della Casa d’Austria, le falangi repubblicane non potendo resister a questi primi urti impetuosi, dovettero in pochi mesi cedere quanto si erano acquistato in Italia, e Milano riprende l’antica livrea. L’imperatore di Germania non ritenne di aver segnato a Campo Formio l’indipendenza dei Milanesi, e dichiarò intruso un governo che egli stesso aveva riconosciuto coll’atto istesso. Tutto venne soppresso, distrutto, proscritta ogni ricordanza del passato sistema, e coloro i quali si erano mostrati più caldi per la causa della libertà vennero perseguitati coi più barbari modi e confinati nelle bastiglie dell’Adriatico e del settentrione. Così si estinsero un’altra volta al loro nascere i semi dell’indipendenza che cominciavano a germogliare negli animi dei Milanesi, ed il fasto dei potenti, il dispotismo e la mollezza ristabilirono in Lombardia la loro sede. Poco godettero gli Austriaci il nuovo acquisto che loro avea costato gravi sacrifici d’oro e di sangue. Essi trascurarono il porto e la città di Genova che si doveva espugnare a tutto costo, prima anche di prendere le altre piazze d’Italia; fra i comandanti austriaci e russi nacquero sanguinose gare; la spedizione nella Svizzera delle truppe Moscovite sotto il comando del generale Suwarov andò fallita; le gloriose vittorie del generale francese Massena; più di tutto lo strepito delle armi di Bonaparte, che sebbene impegnato nella spedizione d’Egitto, al primo avviso che l’Italia era ritornata in potere degli antichi suoi tiranni, volò in Francia e sciolto il Direttorio, che era forse stato causa degli sconvolgimenti militari in Italia, raccolse all’infretta un’armata di coscritti a Digione, penetrò nella Svizzera al rinnovar della stagione, fe’ arrampicare i suoi combattenti sulle impraticabili cime del gran San Bernardo, precipitò nel Vallese, scorse il Piemonte ed entrò il giorno 2 giugno dell’anno 1800 nuovamente fra le acclamazioni in Milano, che trovavasi abbandonata dal generale Melas, mentre teneva occupate le sue genti nell’inutil blocco di Genova.
Due giorni dopo il Governo di questa città manifestò a’ suoi cittadini i generosi sentimenti del Primo Console della prima nazione, Bonaparte, pubblicando le seguenti norme da inviolabilmente osservarsi:
I. Sarà riorganizzata la repubblica Cisalpina come nazione libera ed indipendente.