Da quel giorno noi ci demmo a moltiplicare le proteste, i reclami, le domande: le Congregazioni centrali, le provinciali, le municipali, tutti i Corpi costituiti amministrativi, giudiziarj, scientifici, i cittadini più distinti si associarono, senza saputa gli uni degli altri, in una supplica sola, in una sola protesta: fu una voce sola in tutto il paese, un solo lamento, una sola manifestazione, che proruppe in ogni maniera d’atti: mai non fu veduto un accordo così unanime di tutto un popolo. Ma il Governo austriaco mostrò d’accorgersene solo per eluderlo, per volgerlo in deriso, per soggiogarlo. Dal nostro canto il rispetto della legalità recato fino allo scrupolo: dal canto suo le provocazioni e gl’insulti, gli arresti arbitrarj, le proclamazioni insensate. Ma fece di più. Organizzò l’assassinio, lo consigliò, lo protesse: sprigionò sicarj pagati in vino e in denaro contro uomini inermi, contro cittadini pacifici: non dubitò disonorare in opera sì nefanda la militare assisa; e Milano per la seconda volta nel 3 gennajo d’infame e dolorosa memoria[18] e Pavia e Padova videro rinnovate le stragi di Galizia.

Eppure noi durammo ancora ad essere pazienti, e benchè il cuore ce ne sanguinasse, accennammo dar fede alle parole lusinghevoli con che si cercò sopire la nostra indegnazione: parole bugiarde benchè movessero dal seggio più vicino al trono: parole tosto disdette dalle proscrizioni, dalle deportazioni, dal nuovo apparato militare diretto a fulminare la nostra Città, dalla proclamazione del giudizio statario. Durammo ancora ad essere pazienti, e ci rassegnammo a divorar gli scherni più amari, gli oltraggi più crudeli per oltre due mesi lunghissimi, che ci furono una continua agonia.

Finalmente il 18 di marzo usciva in Milano un bando, in cui s’annunziava che il Governo austriaco s’era deliberato di concedere a’ suoi popoli istituzioni più larghe, e promettevasi la libertà della stampa e la convocazione in Vienna pel mese di luglio delle Rappresentanze di tutti gli Stati della Monarchia. Nel tempo stesso spargevansi le novelle del moto viennese, da cui raccoglievasi che il Governo austriaco aveva dovuto cedere a fronte dell’insurrezione. Quel bando e quelle novelle rivelavano che si trattava d’una promessa estorta, da eludersi o rinnegarsi appena le circostanze mutassero. E però noi risolvemmo tentar l’ultimo esperimento e chiarire le intenzioni di Vienna all’Europa: vittima ch’eravamo da tanti anni dei soprusi e delle frodi della Polizia, domandammo che questa fosse disciolta, e che a tutela dell’ordine pubblico venisse armata una milizia cittadina.

Ci fu risposto a colpi di moschetti e di cannone.

Allora noi sentimmo giunto il momento di operare, e sorgemmo: cessammo allora d’esser pazienti: allora ci deliberammo di farla finita e per sempre.