VII.

18 MARZO (SABATO)

Suonata è la squilla,—già il grido di guerra
Terribile eccheggia per l’Itala terra:
Suonata è la squilla,—su presto fratelli,
Su presto corriamo la patria a salvar:—
Brandite i fucili, le picche, i coltelli,
Fratelli, fratelli corriamo a pugnar.—

Canto del Crociato.

Via da noi Tedesco infido,
Non più patti, non accordi:
Guerra! Guerra! ogn’altro grido
È d’infamia e servitù.
Su que’ rei di sangue lordi,
Il furor si fa virtù.

L. Carrer.

Le Autorità di Milano parte venivano chiamate a Vienna, parte fuggivano. Fra le prime furono il plenipotenziario Ficquelmont, che sperava con un buon teatro farci dimenticare e Pio IX e patria e patimenti, ed il conte di Spaur governatore della Lombardia; delle seconde fu l’arciduca Ranieri, vicerè di queste provincie e delle Venete.—La città restava abbandonata a Radetzky, capo del militare, ed a Torresani, direttore della Polizia, ambo di un solo pensiero distruttore verso di noi, i quali fino ad ora non conosciamo l’origine di tant’odio.

La rivoluzione vittoriosa della Sicilia aveva destato il nostro entusiasmo, quella di Francia la nostra ammirazione; ma quella di Vienna ci scosse e non ci lasciò pensare più oltre. Quest’ultima rivoluzione strappava all’Imperatore una promessa di future concessioni che perveniva anche tra noi[19]. Ma i nostri cittadini, parte corrucciati dalle condizioni lagrimevoli in cui veniva abbandonata la bella Milano, parte stanchi delle insolenze e ribalderie della Polizia; intuonarono l’inno di guerra. Su molti angoli della città furono affisse e diffuse le seguenti

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