CASATI, podestà.
Beretta, assessore.
Greppi, assessore.
Silva, segretario.
Da questo punto ebbe principio la rivoluzione che da tutti gli scrittori, fu gridata la più giusta, la più morale, la più santa di quante mai si possano leggere nelle antiche e moderne istorie. Ignazio Cantù (fratello a Cesare, ingegno conosciuto e pel suo merito letterario e per le sue peripezie fatto segno della rabbia Teutonica) narrando di questo fatto[22], scrisse: «La rivoluzione di Milano si è compiuta nel modo più energico, più moderato, più giusto. Sradicò da Italia una progenie che piantata fra noi con galanterie di nozze, scalzata dalla pace di Costanza, rialzata ancora da quel Carlo V, che esecrava e spegneva fino al midollo il nome di libertà; alternata poi con Spagna e con Francia, venne finalmente dopo fughe e sconfitte a ricollocarsi pacificamente sul trono che ora ci parve incredibile abbiano potuto tollerare per sei lustri.» Ed il Giornale Il 22 Marzo, per tacere di tutti gli altri giornali ed opuscoli che a centinaja s’ammucchiano sopra il mio tavolo, così s’esprime:
La causa della nostra indipendenza è vinta, vinta nel fallo come lo era già prima nelle idee e nei desiderj di tutti. Lo straniero, che da tanti anni occupava le nostre contrade fugge cacciato dalle armi cittadine e si ritrae verso l’Adige, inseguito dall’odio e dall’esecrazione universale. Tra non molto tutto il Paese sarà sgombro, ed i Lombardi potranno abbracciare i loro fratelli colla coscienza e coll’orgoglio d’una libertà dovuta alla concorde energia dei loro sforzi. È questo un trionfo, che non ha riscontro nella storia, uno di quegli avvenimenti che la provvidenza suscita, quand’è il tempo, a rinnovare sui popoli il miracolo dell’amore, e a rintegrare la fede sui destini dell’umanità. Ormai la vergogna di trentaquattro anni è espiata, espiata coll’audacia del conflitto e colla sublime mansuetudine del perdono. Il nostro popolo s’è ribattezzato degnamente nel sangue de’ suoi martiri, ed è risorto più forte e più glorioso di quel che lo fosse, sette secoli fa, nei campi di Legnano. La Lombardia ha ora anch’essa il suo Vespro, ma questo potrà dirsi una volta l’ultimo Vespro italiano.
Al cospetto dì avvenimenti così grandi, così prodigiosi, come quelli de’ cinque giorni trascorsi, fra le grida entusiastiche, i palpiti, le lagrime, le speranze e gli abbracciamenti, è impossibile assumere ufficio di storico ed esporre distesamente i fatti di questa rivoluzione, unica nelle vicende delle Nazioni. Il cuore commosso non può che ammirare ed esultare; e la parola non vale a tener dietro al volo del pensiero che s’infiamma per essa di nuove ed inusate speranze. L’Eroismo ha le sue ebbrezze come la gioja; e noi nel tumulto concitato degli effetti, mal sapremo trovare adesso la calma dello scrittore che dipinge e che narra. Crediamo anzi che nessuna parola varrebbe a descrivere l’aspetto di questa grande Crociata Nazionale, di questo piano Lombardo, gremito di città e di borgate in armi, vigilanti alla difesa come ardite all’assalto, munite da mille e mille barricate sorte come per incanto, di questo piano, in cui ogni casa è una torre ed ogni petto d’uomo un baluardo inespugnabile. Crediamo che nulla sia atto a render imagine di questo insorgere unanime di popoli che riconquistano la propria indipendenza, di questo magnanimo conflitto d’una moltitudine incomposta, impreparata e quasi inerme contro un esercito agguerrito e numeroso che stette così a lungo fra noi, oppressore e spauracchio de’ principi e dei popoli italiani. La fantasia più imaginosa s’annienta davanti alla grandezza del fatto; nè si può far altro che adorare la Provvidenza redentrice delle nazioni che sanno sperare e volere.
Ma ritorno al mio assunto. A mezzo giorno l’allarme s’era fatto generale. Il maresciallo Radetzky uscendo dalla casa Cagnola in compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi officiali vide chiudersi le porte, le botteghe, le gelosie delle finestre e tutta la gente in moto. Domanda la ragione di questo scompiglio e gli viene risposto esservi la rivoluzione a Porta Renza. Compreso di maraviglia e di dispetto, il Maresciallo rientra nella casa Cagnola, e poco dopo n’esce il generale Wallmoden a cavallo con altri dello Stato Maggiore, avviandosi verso il castello. Circa mezz’ora dopo le truppe Austriache cominciarono a disporsi sulla piazza del castello in vari corpi separati. Di tratto in tratto qualche colpo di moschetto caricato a polvere serviva a tenere all’erta la milizia presidiata in castello[23]. Quindi un nerbo di soldati si portò ad occupare i punti principali della città.—Nove ussari uscendo dal portone di Piazza Mercanti e percorrendo la contrada di Pescheria Vecchia, furono salutati a fischi. Il caporale a briglia sciolta e a sciabola sguainata, cominciò a correre la via e ferì un cittadino nella spalla. Gli altri soldati seguitarono il caporale a lento trotto sino al Campo Santo. Una scarica di archibugi venuta dalle finestre ne uccise due e cinque ne ferì. Mezz’ora dopo dieci gendarmi seguendo la stessa via, non conosciuti, furono ricevuti con una grandine di pietre. Ma quando un prete dal balcone battendo le mani, gridava: No, no, sono Italiani: viva la Gendarmeria italiana, furono rispettati e poterono passare, senz’essere offesi, alla Corte[24].
I cacciatori Diegher verso le ore due e mezzo si portarono all’arcivescovato preceduti dai loro zappatori. Questi a colpi di scure sfondarono il portello del cortile de’ Monsignori, quindi atterrarono la porta che dallo stesso cortile mette alla strada sotterranea che conduce al campanile, e così rompendo tutte le porte sino all’ultima giunsero ad impossessarsi dello spianato superiore del Duomo, da dove fecero lungo la giornata varie scariche sopra quelli che, o inscientemente, o imprudentemente, passavano per la piazza del Duomo; ma le barbare insidie loro non costaron la vita che di un solo cittadino.
L’invito del Municipio che chiamava tutti i cittadini non viventi di lavoro giornaliero da’ 20 a’ 60 anni, traeva uomini d’ogni età e d’ogni condizione al palazzo di Polizia, da dove respinti colle armi fra le grida di viva Pio IX, viva l’indipendenza, viva l’Italia corsero a farsi inscrivere al palazzo Municipale. Il bisogno d’essere armati era imminente, poichè alcune pattuglie erano già partite dal Generale Comando, e si temeva fortemente di un’insurrezione, poichè il Direttore di Polizia, ed il generale Radetzky non vollero riconoscere i provvedimenti del Vicepresidente. Alle ore tre pomeridiane le bandiere e le nappe tricolori andavano a generalizzarsi per ogni dove. Le barricate, costume sconosciuto nei nostri paesi, si cominciarono in tutte le contrade, il selciato in un momento fu tutto scomposto da uomini, da donne, da fanciulli. Le case si fornirono di una quantità di ciottoli pronti a slanciarsi dalla finestra alla prima scorreria del nemico per le contrade. Sopra i tetti si posero sentinelle preparate a versar tegole e pietre sul capo dei nemici, i mobili più belli e più pesanti già erano avvicinati alle finestre per essere precipitati sopra gli esecrati nostri oppressori; i focolari ardevano sotto caldaje d’acqua, di olio; insomma nulla si tralasciava di quanto la disperazione ed il furore suggerivano.
Un nuovo bando concepito nei seguenti termini fu affisso lungo le vie della città verso le ore quattro pomeridiane: