POPOLO DI MILANO.
L’Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura; le provincie aspettano da noi la parola d’ordine. Il destino d’Italia è nelle nostre mani, un giorno può decidere la sorte di un secolo.
Ordine! Concordia! Coraggio!
Il consigliere Bellati erasi recato in questo frattempo al Direttore di Polizia per intimargli che facesse consegnare al Municipio le armi delle guardie di Polizia, ma non fu ascoltato. Se ne domandò ragione a Radetzky, e questi disse che ne avrebbe data risposta alle ore otto della sera.
Intanto le compagnie dei militari che uscite dai vari quartieri correvano la città, non lasciarono di tratto tratto di fare qualche scarica, senza tuttavia gran danno dei nostri. Fra queste scaramucce vuol notarsi quella che ebbe luogo sul corso di Porta Romana, dicontro alla chiesa di S. Nazaro e l’altra in contrada del Bocchetto, le quali durarono circa un’ora, rispondendo il popolo alle schioppettate con una pioggia di tegole[25]. Tutti questi soldati unitisi in grosso corpo andavano frattanto rinforzando alla Gran Guardia di Piazza Mercanti, all’ex Palazzo Vicereale, sullo spianato del Duomo ed in Piazza Fontana[26], sempre molestati da qualche pietra lanciata, o da qualche moschettata scaricata dai nostri bersaglieri.
Verso le ore tre pomeridiane uno stormo di cittadini che andava a prender armi si trovò dall’armajuolo Sassi in contrada di S. Maria Secreta, chiedendo inutilmente arme. Una divisione di granatieri diretti dal loro generale a cavallo, uscendo dal castello, prese la via di S. Vincenzino e mise in fuga l’affollata popolazione. I militari presero la contrada di santa Maria Secreta; l’albergatore di S. Carlino, Costantino Beretta, che prevedendo sinistri avvenimenti dai rumori della mattina, si era ben provvisto di ciottoli, mattoni e di ogni altra cosa atta ad offendere, mandò tre suoi famigli sul tetto, altri otto a ciascuna finestra, ed appena veduti i soldati diede l’ordine dell’attacco. Il Generale a quella pioggia di tegole e sassi ordinò il fuoco, il combattimento durò molto tempo, quando il Generale colto sulla testa da un vaso di fiori, che si crede gettato dalla coraggiosa Albergatrice, dovette abbandonare l’impresa. Il Generale fu trasportato alla piazza Mercanti da quattro suoi soldati, e la truppa tutta in disordine lo seguiva; si trovò quindi qualch’arma e qualche cappello, che i soldati smarrirono nella pugna.
Sgombra di nuovo la contrada, la popolazione ritornò al negozio dell’armajuolo Sassi, atterrò la porta e s’impadronì delle armi.
La Congregazione Municipale continuava la sua seduta in Broletto, impiegati appositi continuavano a far le liste della Guardia Civica già numerosissima; quando un assessore venne a portar la notizia che tutti erano traditi, e che due batterie di artiglieria dovevano dar l’assalto al Broletto. Il timore invase tutti gli astanti: alcuni procurarono colla fuga uno scampo, altri non vollero abbandonare il loro posto, preferendo una morte onorata alla continua sommessione ad un giogo abborrito. Un grido ripetuto da molte voci annunziava a chi non avesse armi di ritirarsi. Poco dopo giunse al Municipio la seguente lettera di Radetzky data dal castello, che la fece accompagnare da una mezza divisione di granatieri.