Il frequente soggiorno degli imperatori in questa città, e particolarmente di Massimiano Erculeo, le donò lustro, ricchezze e magnificenza, ciò che formò la sua rovina: mentre i Barbari del Settentrione, che a torme calavano a devastar l’impero di Roma, allettati da sì belle pompe le si avventarono addosso furiosamente e la resero infelice per più secoli.
Milano diede già il suo nome ad uno dei più ragguardevoli ducati d’Europa. Questo paese, abitato in antico dagli Insubri, fu sottomesso ai Romani l’anno 221 avanti Cristo, e passò quindi nell’anno 568 dell’era nostra, insieme colle provincie vicine, sotto alla dominazione dei Longobardi. Lo Stato di Milano con gran parte dell’Italia cominciò allora a riaversi dal suo abbattimento e a respirare dai lunghi mali onde in parte era lacerato. I Longobardi del Settentrione coi loro figli e le loro donne scesero tra noi, e fugati o distrutti gli altri Barbari, formarono un nuovo regno, dove, per le savie leggi in uso presso quelle genti crebbe e si rinvigorì la popolazione pressochè distrutta, e le campagne da prima coperte di squallore e deserte, ritornarono a rifiorire tra le speranze del laborioso agricoltore; regno in fine, al dir degli storici, il più felice che paragonar si potesse alla favolosa età dell’oro. Sede dei re longobardi fu Pavia.
L’ambizione e la diffidenza di alcuni pontefici, a cui dovette l’Italia gran parte delle sue ruine, come ci lasciò scritto Macchiavello, spinse i Francesi sotto Carlo Magno a scendere in questa provincia, e con la disfatta di Desiderio ultimo re de’ Longobardi, a stabilirvi il regno dei Franchi. Pipino, primogenito di Carlo Magno, ebbe questa provincia con titolo di regno d’Italia.
Indi dalla storia si vede come estintasi la linea Carolina fu usurpato dai principi italiani, l’ultimo de’ quali, Berengario I, fu disfatto da Ottone I imperatore, che ben meritamente seppe acquistarsi il nome di Grande.
Nel dominio della stirpe Carolina gli arcivescovi di Milano salirono al loro più eminente grado di autorità. È pur cara la memoria degli arcivescovi Ansperto da Biassono ed Eriberto d’Intimiano. Il primo, sottraendosi da ogni comando straniero si attese con zelo a ristorare la città dalle passate disgrazie e ruine, ad abbellirla di utili fabbriche e a cingerla di valide mura, cercando nel tempo stesso di cattivarsi l’amore e la giusta riconoscenza del popolo: il secondo, coll’aver insegnata ed aperta la strada della gloria a’ suoi concittadini, conducendoli in campo contro le città vicine e i re della Germania, e riconducendoli trionfanti ai patrii lari fra i viva dei congiunti e degli amici seppe dalla grata posterità meritarsi un posto luminoso tra i benefattori del suo paese.
La vittoria di Ottone gli sottomise l’Italia, che egli ed i suoi successori riguardarono di poi come una dipendenza dell’Impero. Dopo il dominio d’alcuni re che successivamente godettero con interrotte vicende questa sovranità, ottenne finalmente la corona italica l’imperatore Arrigo IV, principe di pessima indole ed incapace di regnare, il quale riempì co’ suoi disordini tutto il paese di confusioni e di turbolenze. Fu allora la prima volta che i Milanesi a viva forza si sottrassero dal giogo imperiale, e si misero in libertà. Nei primi momenti della repubblica ebbe molta autorità l’arcivescovo, indi fu eretto un consiglio generale, le cui attribuzioni erano di far la guerra e la pace, stringere confederazioni, spedire ambasciatori, eleggere i consoli ed altre dignità primarie. Il consiglio generale eleggeva un altro consiglio particolare, o senato, appellato Consiglio di credenza, cui spettavano il governo delle cose di giustizia e delle pubbliche entrate.
In questo stato d’indipendenza continuò Milano sino all’anno 1152, in cui ascese al trono Federico Enobarbo, o Barbarossa.