1.o Dal giornale il Lombardo:
«Frattanto spuntava il mattino del 22 marzo, rallegrato da un cielo sereno. Suonano le cinque, e mentre il Dal Bono muove verso il Conservatorio, i cittadini che il difendevano colti da improvviso timore, fuggendo esclamano: Siamo perduti! Siamo perduti! Intanto duemila Croati, una banda di Tirolesi ed il cannone irrompevano con fragorosi tuoni per atterrare le mura del Conservatorio. Il pericolo era iminente, imperocchè se fosse stato concesso al nemico di avanzarsi più oltre, i cittadini erano presi alle spalle. Ma udita la causa di quella subitanea mossa, e conosciuto il danno che ne sarebbe avvenuto per l’abbandono di quel posto, il Dal Bono con animoso coraggio rincora i fuggiaschi gridando: Chi non è traditor della patria mi segua, e precede intrepido verso il Conservatorio. I cittadini, scossi a quelle parole, il seguono tutti; ed egli gli dispone con molto avvedimento nei siti meno esposti, parte sulle finestre, parte nei cortili, poscia in mezzo ad una tempesta di palle attraversa un terreno per recarsi sotto il muro di cinta vicino al bastione a parteciparvi delle ferritoje. Il suo esempio è seguito da diversi animosi, ed in breve molti fori furono fatti, da dove 20 e più fucilieri mantennero un vivissimo fuoco. Anche dalle superiori finestre le fucilate non cessarono un istante in tutto il giorno. Durante la mischia il Dal Bono accorreva in ogni parte: ei provvide anche alla difesa del tempio della Passione, collocando archibugieri sulle finestre del coro, e nelle prossime case, per modo che i Croati e i Tirolesi non poterono avanzarsi un sol passo, e furono d’ogni banda uccisi e molestati. Fra gli animosi che segnalaronsi in questa giornata vuolsi ricordare un Belgiojoso, abitante alla Guastalla, un Bianchini, cavallerizzo in casa Archinto, un Carlo Bordoni, assistente all’emporio di belle arti, un impiegato del Tribunale, ed alcuni bravi artisti pittori o scultori, il cui nome non ci è conosciuto, ma che ciò non pertanto meritano la riconoscenza dei propri concittadini. Mentre più ferveva il combattimento, alcune guardie di confine insieme ai varj cittadini furono posti dal Dal Bono alla difesa degli orti che stanno a sinistra della Passione. Il coraggioso Luigi Archinto era in questo sito tra i primi, e dopo un lungo alternar di fuoco i Tedeschi dovettero allontanarsi dalla loro posizione, per cui gli abitanti di quelle case, che già da tre giorni mancavano di ogni alimento, furono veduti correre verso i loro liberatori.»
«Sbandato da queste parti il nemico, conveniva scacciarlo anche dal bastione Monforte, ove erasi del continuo mantenuto malgrado l’accanito combattere de’ cittadini, che per la seconda volta impadronironsi dell’antico Palazzo del Governo. Gli abitanti di quelle case erano già ridotti alla massima ristrettezza: mancanti di alimento, la morte volava sopra di loro, se il crudo nemico fosse rimasto vittorioso. Il Dal Bono alla testa di alcuni prodi, che difeso avevano il Conservatorio, corre verso quella parte: innalza una barricata nel mezzo della strada; fa praticare diversi fori nei muri dei giardini di quelle case, ne sottrae gli abitanti, e tale fu l’accorgimento di quelle operazioni che in breve tempo il nemico dovette anche da quivi sgombrare».
«Allora un grido di gioja scorse da ogni parte, perchè finalmente fu veduto compito il grande eccidio. Tutti contribuirono certamente coll’assidua vece della pugna alla libertà della patria».
2.o Nelle Reminescenze del dottor Osio si legge:
«Spuntò finalmente la tanta sospirata alba del giorno 22, alba che era segnata l’ultima pei nostri nemici; si impiegarono le prime ore nell’ispezionare i diversi quartieri di Porta Tosa, a disporre tutto ordinatamente, e verso le ore sette del mattino si cominciò il trasporto dei due pezzi più grossi nella casa di fianco all’Orfanotrofio di fronte al Dazio, di proprietà della città, e data in affitto a certo Stefano Primo. Fu in quella posizione che si cominciò a caricare i nostri piccoli cannoni, ad appuntarli un dopo l’altro rimpetto al Dazio stesso, giacchè nella foga dei nostri desiderj spingevamo l’ardire fino a credere di poterne atterrare la porta, E qui meritano di essere grandemente encomiati tutti quelli che ajutaronmi in questa impresa, mantenendo e l’ordine e la disciplina, e gareggiando ognuno di vero patrio amore, mostrando un freddo coraggio degno dei più valorosi capitani d’armata. Era in tutti una vera gara nell’assicurarsi che il nostro piccolo pezzo fosse bene appuntato, nè il frequente mitragliarci che facea il nemico valea ad incutere il più piccolo spavento, chè anzi ad ogni colpo, che per fortuna andava fallito, anche i meno coraggiosi diventavano arditi, sfidando collo scherno il Tedesco che, e coi cannoni, e coi moschetti, tentava di farci ritirare dalla nostra strategica posizione».
«Intanto varj coraggiosi giovani eransi inoltrati per la porta dell’Orfanotrofio occupandone le ortaglie e le vicine case, mentre altro drappello si dirigeva verso il lato opposto, ed un terzo verso il Borgo della Fontana».
«I primi tiri dei nostri spingardi non furono infruttuosi; l’artiglieria nemica che stava appuntata al Dazio cominciò a ritirarsi verso i bastioni, ed i soldati verso i luoghi da loro barricati[44]; veduto che l’effetto corrispondeva almeno in parte ai nostri desiderj, vennero trasportati i due pezzi più grossi di fianco a casa Besozzi, appuntandone uno per lato, mentre io manteneva la mia posizione coi pezzi più piccoli, ajutato da diverse carabine appostate dietro il muro della casa, appositamente traforato. Fu allora che mi accorsi che la munizione andava scemando, e che lungo sarebbe stato il combattere: spedii quindi due giovinotti con un biglietto a mio padre perchè consegnasse subito loro una provvigione di polvere che mi trovava avere, consistente in once 33 circa. Intanto si continuava il fuoco rispondendo vigorosamente al nemico, il che contribuì non poco ad assicurarlo come eravamo disposti a combattere con tutti i mezzi possibili, ed a sfidarne intrepidi la rabbia. Nello stesso tempo i nostri bersaglieri tormentavano i soldati coi loro colpi mortali, nè più osavano molestarci apertamente, ma solo dietro gli alberi, o dalle barricate del Dazio, e della casa Tragella. Formai in seguito il progetto di trasportare anche i piccoli pezzi per appuntarli alla casa ove stavansi barricati, e che io già conoscevo, ciò che venne effettuato in un baleno, tanto era caldo il desiderio in tutti di caricare il nemico da vicino. Si passò di casa in casa per le praticate aperture; si atterrò pure in quel mentre anche parte della parete di divisione della casa Borsa colla casa Rossi, ove abitava il Bianchi già menzionato; di là passammo silenziosi in giardino, si caricarono i piccoli spingardi, nè saprei dire quanti colpi fossero lanciati, nè con quale vantaggio; questo solo però posso assicurare che lo spavento e la confusione del nemico andava aumentando, ciò che contribuiva non poco ad accrescere il nostro coraggio prorompendo ad ogni poco con unanime grida di vittoria, vittoria, alle quali grida rispondevano pure i nostri fratelli che stavano nella posizione opposta, e tanto ne era l’aere percossa, che in un coll’entusiasmo che tutti ci animava non vedeasi che il fuoco dei fucili, senza sentirne i colpi, e nemmeno dei cannoni che continuavano a fulminarci dai vicini bastioni».
«Appena arrivati nel giardino del Bianchi in casa Rossi, come già si disse, alcuni di noi si appostarono alla porta, mentre altri si portavano, mediante una sdruscita scala a mano, sul solajo del casino Cagnola ivi confinante, posizione fortissima, e la cui inspirazione non so a chi sia venuta primiero».
«Questo è certo che di là si fece una vera strage, non essendo discosti dal Dazio più di ottanta passi circa, e quindi non più di sessanta dai bastioni, ove dietro gli alberi si nascondevano que’ valorosi campioni di marziale aspetto, ne’ quali Radetzky aveva riposte tutte le sue speranze. Su tutta la linea si continuò il fuoco con ordine e regolarità ed intrepidezza, fuoco che non cessò che al cessare della lotta. Divisi in varj drappelli dall’una e dall’altra parte dal Dazio, non che da diversi altri punti vicini, i nostri colpi mietevano molte vite fra il nemico, e ben era facile l’accorgersene dai cadaveri che vedeansi stesi lungo i bastioni, e dalla confusione che andava crescendo in loro. Le barricate stesse non venivano da noi rispettate, chè quando non si poteva mirarli all’aperto, si lanciavano colpi fra le aperture delle stesse, e ben dovettero provarne danni immensi, giacchè visitato il Dazio il giorno dopo, si trovò sparso di sangue ed il terreno e le pareti».