«Spuntava l’alba del 22 marzo allorchè 200 Croati circa, prorompendo furibondi ed affamati da questa Porta, spaccavano con accette la porta del caffè Gnocchi, vi entravano forsennati da lì a pochi minuti.

«I padroni del luogo, Leopoldo e Luigia Gnocchi (notate che questa era incinta da circa quattro mesi) in ginocchione e colle braccia incrociate al petto pregavano da quei mostri la vita. I soldati nulla rispondevano, ma afferrando diverse bottiglie e succhiandone avidamente i liquori, ghignavano e ferocemente urlando cantarellavano. I due officiali che li capitanavano in cattivo ma pure chiaro italiano risposero; Sì, sì salvare la vita: ma dare robe.—E quelli ecco le chiavi—Venire voi per di sopra: dara tutto: noi Todisch stare Patroni Milan: noi Todisch an occi, o domani bruciare tutta Milano, porca Taliana.

«Dopo che gli sventurati sposi speravano (coll’aver dato tutto che possedevano) aver sfogata la cruda fame di quelle belve, eccoti che gli ufficiali staccano a forza la moglie dalle braccia dello sposo, la violentano, la fanno inginocchiare, le appuntano le bajonette alla gola e le dicono: Tacete voi; tua marita, come tutti uomina Taliana dovere essere mazzata; tutta Milano cenere domani.

«E dopo tali parole colla spada trafiggono il marito avanti gli occhi della moglie, lo calpestano e il fanno a brani, poscia appiccarono il fuoco all’edificio.

«Dopo tali atrocità incredibili al secolo nostro, ed appena credibili fra feroci cannibali, cacciano via la misera Luigia più morta che viva, la quale, errando attraverso prati e varcando fossati riuscì di giungere alla strada ferrata presso la cascina Ortighe, dove fu accolta benignamente in vagoni di prima classe, fatta adagiare e consolata durante il cammino dallo scrittore del presente racconto, Bissoni Pietro da Cremona, il quale udì dalla bocca istessa della Luigia il miserando scempio del marito.»

Fu allora che egli (sebbene ignarissimo dell’arte di maneggiare armi) fattosi dare uno spiedo e scultevi le lettere V. M. vincere o morire, giurò, o di entrare il domani in Milano o di morire sotto i suoi bastioni, martire della causa santissima dell’italiana indipendenza.—

«In una casa al mercato Vecchio in Porta Comasina la barbarie della soldatesca giunse al colmo, perocchè quivi dopo avere spaventati gl’inquilini con tre cannonate, le cui palle caddero tutte nelle stanze, vi entrarono essi pure improvvisamente, e poichè tutti, uomini, donne, vecchi, fanciulli ed infermi eransi ridotti in un sol locale a piano terreno, ne atterrarono la porta, e (cosa orribile a narrare!) con una scarica di molti fucili fatta sulla massa di quegli infelici, ne uccisero di un sol colpo diciassette, ne ferirono otto, e ne trassero dodici prigionieri al Castello; e, quasi non ancor sazj di quella carnificina, nel breve tragitto al vicino Castello, ne infilzarono due altri sulle bajonette».—

Nella Domenica, giorno 19, essendosi portate molte persone ad udire la santa Messa in S. Simpliciano, circa le ore 9 e mezza, nel mentre che il Sacerdote celebrava, si cominciò a tirar moschettate contro le persone che entravano e uscivano di chiesa; quel buon prevosto Carlo Ferrario, procurava ogni modo a persuadere la gente a fermarsi in chiesa per non arrischiare la vita. Quand’ecco un certo Luigi Bocciolini vedovo, padre di 4 teneri figli, essendo uscito per recarsi a casa ed unirsi ai medesimi, appena arrivato al portone venne colpito da una palla nel braccio destro. Ritorna in chiesa. In essa si trovavano 131 persone, tra le quali il sacerdote ex parroco Lorenzo Denna, ed il sacerdote Ambrogio Decio. Il Denna accoglie[49] il Bocciolini, e coll’ajuto di altri lo sveste, rincorandolo, e siccome dalla ferita veniva una quantità di sangue ed il misero non poteva reggere al dolore, essendo il braccio rotto, si procurarono subito delle bende e de’ panni, e lavando la ferita si procurò di medicarla alla meglio. Il sig. Prevosto apprestò tutto l’occorrente per allestire un letto sul quale si fece coricare, aspettando che si aprissero i passi per farlo trasportare allo Spedale. Si pensò infatti di parlare da una finestra della chiesa al casermiere, che mandò un chirurgo con un ufficiale; sfasciò il braccio, e ponendo sulla ferita alcune filacce, partirono dicendo, che appena fosse stato possibile l’avrebbero tradotto all’Ospitale, ciò che non venne eseguito se non verso le ore 4 pomeridiane.

Partiti il chirurgo e l’ufficiale, indi a poco s’udirono varj colpi di fucile contro la chiesa e lo scoppio di due bombe, pel quale andarono a un tratto in pezzi i vetri dei finestroni. Tutti rimasero istupiditi credendosi perduti, ma dopo alcun tempo data calma al timore, s’incominciò a proporre il modo di alimentare quelle persone mentre erano la maggior parte digiune. Il sig. Prevosto, il Denna ed il Decio deliberarono di chiamare da una finestra della casa parrocchiale verso i giardini, gli abitanti della vicina casa, i quali uditi dal vicino fornajo cominciarono a fornire di pane, che venne distribuito a quegli infelici schierati in mezzo alla chiesa, ed in tal modo si continuò fino alle ore 4 pomeridiane, nel qual tempo essendosi spiegato un momento propizio, tutti sen corsero alle loro case a consolare i proprj parenti.