«Accortosi i Croati di tale fuga spararono dall’alto della scala varie fucilate, e colto da quelle l’uom di servizio cadde estinto. Allora il Fortis gettandosi in una stanza laterale, riparavasi sotto il letto del suo cuoco. Gli assassini venivano a lui ricercandolo, ed egli trepidante li sentiva avvicinarsi. Anzi due o tre di quei masnadieri postisi a sedere sul letto, sotto il quale egli stavasi nascoso, incominciarono colà a dividersi il depredato danaro.
«Quando piacque a Dio alla fine partirono, ed il Fortis potè allora discendere nella cantina, che per essere già stata invasa due volte, era allora la parte più sicura della casa. Infatti quietamente postosi colà dietro una botte potè per più e più ore aspettar senza pericolo il tardo allontanamento dei ladri.
«Intanto che accadevano le narrate cose, la maggior parte dei Croati che si era colà introdotta, saccheggiava e devastava tutto il grande fabbricato, commettendo mille nefandi delitti, ed inumanamente uccidendo operai, donne e fanciulli.
«Il padre del giovane Ernesto Fortis, che fino dal primo entrare degli assassini era stato spogliato di sue vesti, vedendo ognora aumentare la ferocia di quelli, si gettò boccone a terra fra morti, ove stette per ben quattro ore immobile. Così creduto morto da quelli, campò la vita.
«Una giovinetta di circa 13 anni venne scannata, e così pure qualch’altra donna che lavorava in quello stabilimento.
«Un infelicissimo padre si trascinava avanti ai barbari traendo per ciascuna mano un fanciulletto. L’ingannato genitore credeva che quella vista avrebbe ammansato la furibonda sete di sangue di quei vigliacchi masnadieri, e quindi sarebbero state risparmiate le loro vite. Fu colmo di raffinata barbarie in vero se quelli non l’uccisero, poichè tagliarono a pezzi sotto il di lui inorridito sguardo le due innocenti vittime.
«Dopo quattro ore e più di devastazione e saccheggio si ritirarono quei feroci cannibali seco traendo vistoso bottino di denaro, argenterie, merci, cavalli e carrozze; lasciando quindici cadaveri e sette persone malamente ferite.
«Per colmo di sventura condussero seco loro il dottor fisico Benigno Longhi ed il capo delle manifatture Enrico Turpini.—
«Fuori di Porta Tosa s’introdussero i Croati in una osteria, e veduto il padrone gli domandarono da mangiare, e siccome non ne aveva, lo legarono insieme con suo figlio, ed attaccatili ad un cannone li trascinarono qua e là per la strada, ed in tal modo dovettero bere a sorsi a sorsi la morte. Portatisi in altra casa e sentendo un tenero pargoletto che vagiva in culla, lo levarono da di là, presente la propria genitrice che era spaventata, ed appoggiate le mani del bambino contro il muro, ne lo inchiodarono come fosse un pipistrello od altra bestia, e poscia con un colpo di bajonetta contro il cuor della madre, la stesero morta a terra.—
»Nell’osteria dell’Angelo vicino alla strada ferrata di Treviglio, si trovarono otto cadaveri abbruciati, fra cui due ragazzi dai dieci ai dodici anni non più riconoscibili. In vicinanza della stazione della strada ferrata fu pure trovato il cadavere dell’inglese Klyn, lavorante di macchine, consunto anch’esso dalle fiamme. Venne incendiata la casa presso l’osteria del Leon d’Oro ed il caffè Gnocchi.—