In vero che hanno dell’incredibile, tanto che qualcuno potrebbe anche accusarmi di esagerazione. Ma pure vi assicuro che colla stessa verità con cui vi narrava gli eventi delle Cinque Giornate io ora vi narro questi nuovi fatti, alcuni dei quali tolti da Gazzette Officiali, e da me verificati sul luogo, altri a me raccontati da tali che furono dolorosi spettatori delle orrende scene che troverete descritte; di altri infine fui testimonio io stesso, e raccapriccio di orrore al solo risovvenirmi.

Vi furono uomini e donne barbaramente mutilati ed uccisi, fanciulli sbranati, case incendiate. I sobborghi ed i punti interni più vicini alle porte furono il principale teatro della più esecrabile barbarie, e conserveranno a lungo le tracce del ferro e del fuoco nemico.—L’interno del Castello, appena fu sgombro, presentò ai visitatori il più orribile spettacolo. La nostra Gazzetta Officiale riferisce che si trovarono numerosi corpi di cittadini trucidati e mutilati in mille guise, giacenti nel fossato interno del terzo cortile, nei sotterranei e negli angoli del cortile, ove furono od abbrustoliti od affogati o morti di bajonetta e di fucile. Tra questi vi erano pure alcuni cadaveri di donne che i barbari trucidarono e denudarono a fine di poter poi cogli abiti di queste travestirsi e occultare la loro fuga.—Il cittadino Carlo Viviani dal comandante Lissoni ebbe l’incarico d’esplorare i varj luoghi del Castello, trovò nella seconda corte a destra una diligenza con un calesse d’aggiunta, la prima svaligiata e il secondo abbruciato. In un orto ivi presso trovò sette cadaveri d’uomini, seminudi e barbaramente mutilati ed insultati; trovò due gambe di diversa dimensione, che non appartenevano a nessuno dei suddetti cadaveri, e che dalle forme apparivano chiaramente essere gambe femminili e di persone distinte dalla delicata lor carnagione. In un’acqua corrente attigua si trovarono molte membra di corpi umani, probabilmente appartenenti alle due donne. I cadaveri erano malconci per calce, le due gambe annunziavano una morte non più lontana di 24 ore[47].—I nostri cittadini caduti nelle mani degli Austriaci furono rinchiusi nelle più anguste e fredde carceri del Castello, e in sì gran numero per ogni camerotto, che tutti non potevano contemporaneamente sdrajarsi per riposare.

Privi d’ogni più meschino giaciglio posavano sul nudo terreno, e lasciati senza cibo a stento poterono per mezzo di danaro dividere il tozzo di pane nero colle sentinelle che li guardavano.—Di questi prigionieri quelli che non furono sacrificati ebbero a soffrire le più acerbe torture, e minacciati di morte vennero essi tolti dalle carceri, legati a due a due e condotti in giro pel Castello al suono del tamburo velato a lutto fra lo spettacolo dei cadaveri che d’ogni dove l’ingombravano, indi fatti inginocchiare ed appuntati i fucili al loro petto fu sospeso il comando di far fuoco allora soltanto che tutto ebbero assaporato lo spasimo di una lenta agonia. Questa scena fu ripetuta più volte finchè il nemico fu padrone del Castello, e quando sgombrò la città sedici di questi infelici furono da lui condotti in ostaggio legati innanzi le bocche dei cannoni con miccia accesa[48].

«Un Croato ferito fu recato all’Ospedale; in un piccolo involto che teneva presso di sè, gelosamente guardato, si trovarono (orribile tesoro) due gentili mani di donna coperte le dita di preziosi anelli.»

Nella casa a Porta Vercellina del negoziante e fabbricator di stoffe signor Fortis, un’orda di Croati invasero ogni piano, ogni camera, e non bastantemente paghi di aver uccisi molti inquilini e rapite grosse somme di danaro, devastarono i magazzini, fracassarono i telai, lacerarono ed insozzarono le stoffe, e misero ogni cosa a soqquadro e rovina. Un ben dettagliato quadro di questo eccesso di barbarie lo togliamo dal giornale il Lombardo del 28 Marzo, ove colle seguenti parole è espresso:

«Vicino a Porta Vercellina facendo angolo coi bastioni dello stesso nome, trovasi la grandiosa manifattura nazionale di stoffe di seta dei negozianti Fortis.

«Erano le ore una e un quarto passato il meriggio, quando un centinajo di Croati sfondata e gittata a terra una porta, che dai baluardi agli orti e quindi allo stabilimento conduce, entrarono per essa invadendo tutto il locale.

«Il primo loro saluto fu una fucilata, che sgraziatamente colpì ed uccise un miserello che là trovavasi. Continuando ad avanzarsi incontrarono il signor Ernesto Fortis, figlio del proprietario delle manifatture. Per salvare la vita questi subito presentò loro ed orologio, e spille, e tutto quanto si trovava avere indosso, poi cercò rifugio nella bottega di un fabbricatore di statuette di gesso attenente a quel locale. Rinvenuto colà da una parte degli invasori, che gli tenevano dietro, ed additato da un suo spaventato servitore, quale padrone, venne da quelli ripreso. Li conduceva allora il giovine Fortis alla cassa del danaro, ed essi lo accompagnavano tenendogli sempre appuntate al dorso e bajonette e schioppi, presti a far fuoco, gridando continuamente con voce gutturale gurr, gurr, gurr, moneta, moneta. Arrivati che furono alla stanza dello scrigno, quello trovando chiuso, e non avendo con sè il signor Fortis la chiave onde aprirlo, già stavano per ucciderlo, quando fortuna volle che quelle immani fiere intendessero il gesto che loro faceva il Fortis di rompere il forziere. Scassinata la serratura, nel mentre che stavano intenti a depredare le ivi rinchiuse ventidue mila lire dell’abborrito nome, tentava il Fortis di fuggire per una vicina scala seguito da quel servo che lo aveva già additato agli invasori qual padrone.