(Dalla Gazzetta Officiale il 22 Marzo).
Non sappiamo se nella meravigliosa rivoluzione della Lombardia sia stato maggiore il coraggio o la concordia universale. Come gli individui qui in Milano, così le diverse provincie si levarono ad un tratto risolute, formidabili, con un solo proposito. «Liberiamoci, dissero esse, liberiamoci prima dai presidii che ci tengono soggette, facciamolo presto per accorrere subito dopo in soccorso di Milano: vinta quella città la causa è vinta». E così fecero, e per tal modo mostrarono come le provincie, stringendosi intorno al centro comune, volevano innanzi tutto l’unità politica, e come era loro intento di compiere quell’opera di concordia e d’amore che da più mesi avevano incominciata con tanta spontanea virtù. Quell’antica peste degli odj, delle diffidenze municipali non è più, e, poichè disparve, ecco adempirsi la liberazione di Italia. Forza, intelligenza, che sempre ci hanno distinti, disgregate ci condussero alla ruina, appena unite fecero la nostra gloria. Fummo già perduti per un eccesso di vigoria, giacchè, sentendo la nostra forza, volevamo esser soli per quanto fossimo pochi; ora invece siamo tutti, ed assieme, ed abbiamo vinto.
Nella profusione di atti di sacrificio e di valore sarebbe difficile il distinguere una piuttosto che un’altra provincia. Milano è riconoscente a tutte, invia a tutte il bacio della fratellanza e della gratitudine, perchè tutte s’adoperarono a giovare Milano e con essa la causa comune, e, ciò che è più singolare, hanno quasi tutte un titolo diverso alla nostra gratitudine.
Bergamo che, fin da quattro mesi or sono, ebbe l’onorevole e pericoloso ardire di stendere e presentare alla già Congregazione Centrale una energica protesta della sua Congregazione Provinciale contro le vessazioni dell’Austria e la sua nessuna fedeltà alle date promesse, appena seppe che Milano stava combattendo, insorse tosto, ordinò la guardia civica, inviò trecento armati a Milano, ed assediò la caserma di sant’Agostino, dove erano 800 Croati. L’arciduca Sigismondo, che ivi comandava, diede la sua parola che non sarebbe partito; ma la violò e fuggì abbandonando vilmente le truppe. Intanto a Bergamo si continua ad ordinare la guardia civica nelle città e nelle vallate, e si preparano le difese ai monti, onde intercettare agli Austriaci la via del Tonale. Molti volontarj sono partiti per Crema, altri si dispongono a formar parte dell’esercito mobile: la linea che si distende fino a Chiari, Soncino ed Antignate è sorvegliata da molti che spiano i moti delle orde nemiche. Maggior previdenza, maggior sollecitudine non poteva usarsi, poichè, mentre Milano appena liberata stava in forse dei moti dell’esercito nemico, ecco Bergamo che volontario difensore vegliava già alla nostra sicurezza. Noi, tre mesi fa, avevamo fatto feste ai Bergamaschi, destinando loro il ritratto d’uno dei più grandi loro scienziati e cittadini, il Mascheroni, ed essi ora hanno voluto farci risovvenire che non sanno trattare le sole arti della pace, e e che si conservano pur sempre degni discendenti del Colleoni. Ma se nel cinquecento Bergamo fu valida difesa dello Stato a cui era unito, or si unisce a noi con ben altra eguaglianza di diritti, e perciò con ben più spontaneo accorrere d’armi e d’armati.
A Lecco, gli abitanti insorsero, disarmarono 200 Austriaci, e senza alcun indugio accorsero essi pure a Milano. Giunti a Monza, inoltratisi fino alla Piazza del Seminario, trovaronsi a fronte un battaglione del reggimento Geppert, italiano, che erasi formato in quadrato: chiesero di parlamentare, non ebber risposta, e scambiarono vivamente il fuoco per ben tre volte. Ma la truppa era scontenta di trovarsi incontro a’ suoi fratelli; ed il Maggiore che la comandava, essendosene accorto, credette miglior consiglio ritirarsi nel Seminario. Allora gli Italiani deposero le armi, ed i nostri, munitisi di esse, raccolti con loro molti Brianzoli, accorsero a Milano, e qui forzarono la Porta Comasina, dopo una lunga lotta, e si sparsero per la città a combattere l’ultima resistenza del nemico. Il Comitato eretto in Bergamo non si stancava intanto di mandare staffette a Como ed altrove, esploratori, eccitatori all’insurrezione, talchè l’attività di quel Comitato ed il valore dei combattenti di Lecco valse a noi più che una armata all’inimico. Il contado di Varese insorse pure ben presto, e potè riunire una bella colonna d’armati fra abitanti di Varese e volontari della riviera di Piemonte, i quali sono tutti occupati dalla nostra amministrazione di guerra. L’impeto, la risolutezza distinsero quei di Lecco e di Varese, come la previdenza, l’ordine e la celerità distinsero i Bergamaschi.
A Como invece fu, si può dire, un assedio regolare alle Caserme, condotto quasi colla più esperimentata scienza militare; dopo la vittoria fu un subito ordinarsi come d’antichi soldati e non d’uomini nuovi alla guerra. Il giorno 18 stesso, appena si seppe l’insurrezione di Milano, i Comaschi andarono in armi al Municipio, chiesero la Guardia civica, l’ottennero e la notificarono ai soldati. Il colonnello comandante al presidio dichiarò che non vi avrebbe posto alcun ostacolo, finchè non si fosse fatto violenza a’ suoi. La guardia si ordinò, prese la polveriera, e nella domenica durò quell’accordo, leale da parte de’ cittadini, slealissimo da parte de’ capi militari, i quali, quando le notizie di Milano fossero state loro favorevoli, si disponevano ad incrudelire con atroce vendetta, come ne facevan fede le violenti minacce. Ma, visto come Milano teneva fermo, visto che molti civici partivano a dar soccorso all’assediata capitale, incominciarono al lunedì a far fuoco dalla maggior caserma esterna detta di san Francesco, ed uscirono contemporaneamente dalla caserma interna detta Erba. Respinti dall’uno e dall’altro posto dalle fucilate de’ nostri, si ritirarono nelle caserme e furono tosto assediati. Sorsero per ogni dove le barricate; quelle che stringevano la caserma Erba erano formidabili per varj cannoncini tolti alle ville del lago da tutti i cittadini accorsi a Como al suono delle campane a stormo. Varj carabinieri Svizzeri volontarj avevano pure valicato il confine, ed erano appostati alla caserma Erba, che, visto quelli apparecchi e quelli uomini, dovette capitolare. Così si arrese questa Caserma, e dopo lunga resistenza furono pure costretti a cedere e deporre le armi e a darsi prigionieri quei della caserma san Francesco, battuti di fronte dai cannoncini e dalle fucilate delle mura, circondati dalla colonna che, prima avviatasi a Milano, era pure retrocessa, e minacciati dal fuoco appiccato ad arte in una vicina chiesa. Per tal modo si fecero 1200 prigionieri, si tolsero loro altrettante armi e ventiquattro cavalli, si ebbe una ricca preda di munizioni e di polvere. Il giovedì fu davvero consolante come con quelle armi in poco più di 6 ore si ordinasse un bel reggimento di mila e duecento volontari che, capitanati dal generale Arcioni, e provvisti di munizioni da guerra e da due cannoni, si incamminarono a Milano in ordine compatto con tutte le cautele dell’arte, coll’ardore e colla gioja, sicuri della vittoria ed anelanti a gloria maggiore. Chi asserisce che noi siamo capaci di coraggio individuale ma non di risoluzioni concertate, osservi quella colonna che s’avanza incontro al nemico, e si persuada che quell’ordine è possibile anche in esercito più numeroso; poichè l’Italiano è riluttante alla disciplina che ammorza lo spirito non a quella che lo asseconda. Intanto il Municipio, interprete del voto popolare, si unisce anch’esso al Governo di Milano, e dimanda a tutte le provincie lombarde in compenso dei suoi sacrificj non altro che libertà e vittoria.
A Brescia pure fuvvi prima l’accordo col generale Schwarzenberg che acconsentì la Guardia Civica fino dalla domenica, poi il martedì cedette egli stesso 800 fucili perchè la guardia fosse armata, e più tardi tentò la lotta; ma scoraggiato ben presto venne a patti, e il mercoledì sgombrò Brescia, la quale aderì al governo centrale spontaneamente colle parole più calde d’ammirazione e di gratitudine per la nostra vittoria.
A Cremona i patti, pur stipulati cogli ufficiali Austriaci, non furono violati. Quel presidio, composto quasi tutto d’Italiani, si affratellò ben presto coi cittadini, ed il generale Schönhals dovette ritirarsi cogli altri. Si avvicinava a quella che il generale Radetzky chiama così facetamente base delle sue operazioni militari, quando non lungi da Orsinovi, inseguito dagli insorti dovette arrendersi e darsi prigioniero, egli, i suoi ufficiali ed i suoi soldati.
A Lodi l’occupazione austriaca durò maggior tempo, perchè ivi erasi riparato il generale Radetzky. Ora però la città è sgombra, e concorre anch’essa all’unione lombarda.