Più varie, più sanguinose sono le vicende di Crema, dove al Comitato provvisorio succedette una seconda occupazione austriaca e il passaggio delle truppe fuggiasche. Anche i Cremaschi ebbero e vittime e prigionieri, e la crudele dimora degli Austriaci durò più giorni. Ora però si sono ritirati, sfiniti d’ogni forza, incapaci quasi a servire, e costretti a fermarsi ogni tratto sulla strada, piuttosto invalidi che soldati.

A Pavia gli Austriaci si ritirarono spontaneamente, e un Governo provvisorio sta pure per consolidarsi in quella città.

All’insorta e libera Valtellina si ordina in ogni paese la Guardia Civica: molti vegliano al passo dello Stelvio, dove fu tagliata la strada: molti altri montanari si avviano al piano in difesa dei luoghi più infestati dal nemico.

Il nostro trionfo è dunque generale, la rapida concentrazione di tutti i municipj ci fa sperare che lo spirito di isolamento, rattenuto finora in ogni parte con tanta saggezza, non vorrà rinnovarsi mai più, e che s’intenderanno i beneficj dell’unione, alla quale dal nostro lato noi vogliamo concorrere con ogni mezzo, coll’abnegazione di noi stessi, se vi fosse bisogno. Queste, che noi facciamo, non sono vaghe promesse, nè parole architettate ad arte: il Governo Provvisorio ha già disposto perchè tutte le provincie siano rappresentate nella cosa pubblica, anche prima che il voto comune dia un libero campo a tutte le città di far valere i propri diritti e di vegliare ai loro interessi. Oh! questo nome di fratelli non sia una parola ripetuta per abitudine, un desiderio onesto ma impotente! chi vuole ottenere una cosa ottima non deve lasciarsela sfuggire, mentre lo può. Tutto in quest’unico momento è disposto onde ottenere la sospirata fratellanza; e noi l’avremo; ce l’assicura la bella condotta di tutte le nostre provincie.


XV.

IL TE DEUM PER LA CACCIATA DEGLI AUSTRIACI

(Dalla Gazzetta officiale Il 22 Marzo.)

Sublime e commovente spettacolo presentava questa mattina la nostra cattedrale. La città intera recavasi per invito del Governo provvisorio a ringraziare Iddio della miracolosa liberazione ottenuta, e l’Inno Ambrosiano echeggiava armonioso sotto le vôlte del tempio, ripetuto con fremito di allegrezza da tutti i cuori. Era questa la prima volta, in cui il canto di grazie, non più prezzolato nè ipocrita, saliva al cielo colle più ardenti aspirazioni dell’anima, verace interprete dei voti e della fede di tutto un popolo. L’altare, addobato a festa colle insegne nazionali, annunziava il santo connubio della Religione e della patria, già iniziatore dell’italiana redenzione e promessa di futura grandezza all’Italia. Un senso profondo di venerazione, di amore e di dolcezza partiva da quello e diffondevasi nella moltitudine, commossa ancora e ammirata del recente prodigio. I cuori si gonfiavano e palpitavano; gli occhi si bagnavano di lagrime: in tutti era un tripudio, un entusiasmo, che aveva quasi del delirio. Dopo tre secoli e mezzo di servitù, Milano si sentiva finalmente libera e grande, e poteva pregar Dio colla coscienza della propria dignità. Qual potenza d’affetti doveva essere in quella preghiera!