La cerimonia ebbe luogo alle undici del mattino. I membri del Governo provvisorio e dei diversi Comitati partirono dal Palazzo del Marino, sfilando accompagnati dalle Guardie civiche. Modesti nel tripudio, come forti nella lotta, niun segno d’insolito apparato ne distingueva il corteo: una sciarpa tricolore indicava in loro colla gioja il sentimento tutto italiano. E la festa non era municipale, era italiana, come italiana fu la pugna che abbiamo combattuto. Un fascio di bandiere tricolori li precedeva, e il saluto, e gli evviva e le grida di tutta la popolazione accorsa sul cammino li accompagnarono fino all’ingresso del Duomo. Qui l’allegrezza si trasfuse in un senso universale d’adorazione; la moltitudine stipata ascoltò con religioso raccoglimento la messa solenne celebrata dall’Arcivescovo, e accompagnò col cuore i concenti, che dall’altare salivano tripudianti al Dio datore d’ogni libertà. Nuovo e maraviglioso spettacolo quel vincolo misterioso che in quel punto confondeva quasi il cielo colla terra, e rinverginava in tutti la fede coll’aspetto d’una provvidenza redentrice delle nazioni.

Terminato l’inno, e benedetto il popolo dall’Arcivescovo, il corteo sfilò di bel nuovo uscendo preceduto dalle bandiere, e, dopo aver fatto il giro della piazza, s’avviò al Palazzo Marino. Fu allora che la gioja, non più compressa dalla venerazione, scoppiò in gridi entusiastici, in applausi, in lagrime, in abbracciamenti. Era un susulto, un fremito indescrivibile. L’aspetto della Guardia civica, militarmente schierata, che sfilava sotto i balconi del palazzo, accrebbe ancor più la comune esultanza. Quella gioventù bellicosa, che marciava sotto l’armi in bell’ordinanza, a guise di truppe già esperte, quel contegno animoso e tripudiante, quelle bandiere sventolanti, quell’insolito suono di tamburi, eccitavano, esaltavano la moltitudine. Gli eroi delle barricate eransi già trasformati in esercito di soldati, forte di parecchie migliaia, e il popolo salutava in loro i prodi suoi difensori. Il grido di «viva l’Italia!» suonava su tutte le bocche; la concordia e l’amore erano in tutti i cuori. Non mai festa nazionale fu più bella e più grande di questa.

E alla festa, comechè compiuta nel giubilo, non mancò la pietà. Il cittadino Angelo Grassi-Marliani aprì sulla piazza del Duomo, appena terminata la cerimonia, una colletta pei feriti. In pochi minuti egli raccolse dagli astanti parecchie centinaia di lire, che andranno a sollievo dei martiri della nostra rivoluzione. Così Milano, anche nei suoi giorni più lieti, mostra sempre accoppiato il vanto della carità a quello dell’eroismo, alleanza di virtù, che le assicurano la futura grandezza.

Sulla maggior porta del Tempio leggevasi l’iscrizione seguente:

A DIO SIGNORE
CHE NE’ GIORNI DELLE SUE GIUSTIZIE
SUSCITA I DEBOLI OPPRESSI
I VIOLENTI CONFONDE E DISPERDE
IL POPOLO MILANESE
ESCITO NEL BRACCIO DI LUI VITTORIOSO
DALLA MIRACOLOSA PUGNA
DE’ GIORNI XVIII XIX XX XXI XXII MARZO
TERMINE ALLA SUA LUNGA SERVITU’
PRELUDIO ALL’AFFRANCAMENTO
DI TUTTA ITALIA
INTUONA CO’ SUOI MAGISTRATI
IL CANTICO DELLE GRAZIE

Intanto che nel Duomo cantavasi il Te Deum in rendimento di grazie a Dio per la cacciata degli Austriaci da Milano, gli Israeliti radunati nel loro Oratorio cantavano nell’istess’ora l’Inno di grazie, susseguito da un apposito discorso di circostanza.


XVI.

LE POMPE FUNEBRI PEI MARTIRI DELLA PATRIA.