(Dalla stessa Gazzetta Officiale il 22 Marzo).

L’augusta e pietosa solennità del giorno 6 aprile, in cui abbiamo chiamato la Religione a propiziare il Dio delle misericordie per le vittime della nostra redenzione politica, lascerà per molto tempo un’impressione profonda. Quel rito funebre era comandato dalla patria pei figli della patria, ed ogni cittadino vi era associato come a domestico lutto. Una voluttà amara invogliava al pianto; ma quel pianto era insieme tributo di pietà, di amore e di riconoscenza. Ciascuno ripensava seco stesso e i forti che erano caduti per romperci le catene, e i superstiti alle generose vittime quivi presenti, nei quali la gioja della patria salvata veniva così dolorosamente in contrasto colle memorie domestiche, coi cari effetti di parentela e di amicizia, e la Religione finalmente, suprema consolatrice degli uomini, che santifica il dolore deposto a’ piè de’ suoi altari.

Secondo il programma, antecedentemente pubblicato per cura del Governo[50], alle dieci antimer. movevano alla Cattedrale i molti e varj capi rappresentanti della milanese cittadinanza, preceduti ciascuno dalla bandiera tricolore velata in gramaglia. Il Governo provvisorio, seguito dai consoli e dagli inviati esteri, prese posto nel presbiterio, e quindi lungo la navata maggiore tutti gli altri ordini in ragione della loro importanza. Monsignor Arcivescovo pontificò il rito funebre, e, finita la Messa, versò le acque lustrali intorno al feretro. Il signor Merini, prevosto di San Francesco da Paola, disse dal pulpito la commemorazione pei cari defunti, a cui era consacrata l’espiatoria cerimonia. La vasta Cattedrale parata a luto con parca, ma appropriata magnificenza, sfolgoreggiava di lumi, di bandiere, di iscrizioni recanti i nomi degli estinti: numero non grave se pensiamo alla grandezza del trionfo ottenuto, gravissimo se ci ricordiamo che ci erano fratelli, ancor più caramente diletti adesso che per loro mercede riposiamo tranquilli sui nostri redenti focolari. La piazza del Duomo rispondeva all’apparato interno del tempio; tutta quanta ornata nei veroni e nelle finestre di sandali e di emblemi di lutto, recante nel suo mezzo il trofeo funebre innalzato alla memoria dei prodi estinti, stipata, gremita, al par delle vie adiacenti, da una folla innumerevole di cittadini, sui volti de’ quali potevi leggere meraviglia insieme e commozione. Reduce dalla solenne pompa, il Governo rientrò nella sua sede al Marino, e dal maggior balcone fu testimonio della concorde riverenza, onde i concittadini di lui circondano quel suo mandato penoso, ma al tempo stesso santissimo, ch’egli si è tolto di condurre a nobile meta i destini della patria. Numerosi applausi scoppiarono dalla affollata moltitudine, fatta ancor più lieta dalla voce del presidente Casati, che con poche e solenni parole si lodò del nostro contegno, affermando come da esso principalmente il Governo Provvisorio pigli sempre maggior lena in sobbarcarsi al grave incarico della cosa pubblica.

E nella Gazzetta di Milano del signor Lambertini, che prima inviava all’estero la descrizione di questa commoventissima festa, così si legge intorno all’apparato esterno:

Erano le ore 10 antimeridiane che già stretta di folla ogni contrada che alla Cattedrale conduce, obbligava i sopravvenienti a rallentar il passo ed a far forza per riescire alla meta. Alzando gli occhi al Cielo vedeasi a lato della Vergine che s’erge al sommo della guglia del nostro Duomo sventolare il vessillo tricolore, piantatovi fin dal 20 marzo, e vedeasi lasciar pendere un lembo di velo bruno che indicava la tristezza dell’animo cittadino pei martiri delle famose cinque giornate, e l’atto di espiazione che al Sacro Tempio tutti volgevano ad implorare da uno stesso amor nazionale desiosamente sospinti. Così per quelle principali vie tutt’addobbati i balconi e quasi ogni pertugio, di gramaglia, o di neri tappeti a frangia argentea arricchiti, e padiglioni, e appositi detti, e segnali corrispondenti alla suntuosa lugubre funzione vedeansi profusi. Tutt’intorno alla piazza del Duomo era simile e ricco l’apparato, e in mezzo, piantata sopra ampio piedestallo, sorgeva un’altissima lancia lombarda colla tricolore bandiera, pur essa di lutto insignita, sorretta quella lancia come da un rialzo, cui ai quattro angoli stavano corrispondenti statuette e sopra di esse vasi portanti arbusti di funereo cipresso. Alle quattro facciate di così tal, direbbesi, improvvisato obelisco leggevansi le seguenti inscrizioni:

PIO SOLENNE VOTO
DI ETERNA RICORDANZA
AI PRODI TRAPASSATI COMMILITONI
CHE A LIBERAZIONE
DELLA SCHERNITA ED OPPRESSA ITALIA
SORRIDEVANO
BOCCHEGGIANTI SOVRA SANGUINOSE MACERIE
AL CARO PENSIERO
DELLA RISCATTATA PATRIA.
QUI
ALL’ALBERO GLORIOSO DELLA FRATELLANZA E DELLA PACE
VERSIAMO TUTTI
COLLA LACRIMA DEL LUTTO LARGHE OBLAZIONI
A DEVOTO SUFFRAGIO
DE’ NOSTRI CONCITTADINI
CHE
NEL TERRIBILE CONFLITTO ITALICO
MORENDO
IMPRESSERO COL PROPRIO SANGUE
LO STEMMA
DELLA PORTENTOSA MILANESE VITTORIA
MDCCCXLVIII.


OH IL CARO SPETTACOLO DI UNA SANTA COMMOZIONE!
TREGUA AL PIANTO
VEDOVATE SPOSE E DESOLATE MADRI
CHE A GRAMAGLIA VESTITE
ASSISTETE AL SACRO RITO FUNEBRE
IDDIO
VOLLE CON SÈ GLORIOSI
QUE’ CARI VOSTRI
CHE SPENTI PEL SOCIALE COMUNE PROSPERAMENTO
DELLA RIGENERATA ITALIA
VIVRANNO IMMORTALI
NELLE VENTURE GENERAZIONI.