Quarto: Facoltà di fare questa Costituzione ai Collegi elettorali.

Quinto: Un governo monarchico ereditario, primogenitale, e un principe, che per la sua origine e per le sue qualità ci possa far dimenticare i mali sofferti durante l'ora cessato governo.

Anche piú estesi erano i desiderî degli elettori; ma furono avvedutamente moderati da qualcuno, il quale fece riflettere, nella sua saviezza, che non si dovesse poi legare le mani alle Alte Potenze coalizzate. Si credette però ommesso, e fu aggiunto in altra seduta, che si chiedesse un «Principe nuovo onde allontanare ogni idea di desiderio e di affetto verso il cessato». Decisero pure di «pregare i Monarchi di concedere la libertà de' loro figli prigionieri, vittime da tanto tempo di una causa ingiusta». Combinarono finalmente che la Reggenza nominasse «una Commissione tra i cittadini piú distinti, per recarsi al quartier generale delle potenze, onde esprimere a quei Monarchi il vóto della rappresentanza Nazionale Italiana». La Commissione fu subito formata da un cittadino di Brescia e da altri cinque e da un segretario milanese. Fu il primo il sig. Marc'Antonio Fè, e furono gli altri i signori Federico Confalonieri, Giacomo Ciani, Alberto Litta, Giacomo Trivulzi, Pietro Balabio capo battaglione, oltre Giacomo Beccaria segretario, li quali all'istante partirono.

Mentre lo spirito di vertigine agitava cosí le teste milanesi, li conti Guicciardi e Castiglioni si trovavano ancora in Mantova, ove si erano recati per prendere le credenziali del Principe ed i passaporti dal F. M. Conte di Bellegarde e per recarsi indi a Parigi per la via piú sicura di Baviera, via che prima di essi avevano tenuta li deputati dell'armata, i generali Fontanelli e Bertoletti. Seppero eglino appena quanto era avvenuto di disgustoso nella capitale, che subito si restituirono ad essa, tuttoché non richiamati da alcuna lettera, da alcun avviso officiale. Avevano già tenuto col principe Eugenio quel grave e dignitoso linguaggio, proprio di due personaggi, di cui è stata sempre unica scorta l'onore e la lealtà. Continuando nel medesimo contegno, credettero di prendere congedo da lui e dispensarsi definitivamente sulla deputazione; ma invece di meritare cosí l'elogio dei milanesi, si videro investiti al ritorno da calunnie le piú impudenti. Non tardò il conte Guicciardi a garantirsene con un'apologia che presentò alla Reggenza, onde avere il permesso di pubblicarla colla stampa. La giustificazione fu ben accolta ed elogi sommi si prodigarono alle eminenti sue qualità personali, non che al contegno da lui tenuto in qualità di senatore, di deputato; ma la stampa non si permise, per la addotta ragione che «con ciò si farebbero rivivere delle animosità che si vogliono sopite, si urterebbe col principio adottato e proclamato dalla Reggenza, di coprire di un velo le cose avvenute». È pure necessario alla storia che ora tal memoria e la lettera della Reggenza siano conosciute, ed è perciò che si inseriscono ai [num. 6] e [7].

Se il Principe Eugenio avesse fatto marciare sopra la capitale una porzione delle truppe italiane che restavano sotto i suoi ordini, poteva reprimere i sediziosi e restituire l'ordine facilmente; ma, riflettendo che con l'abdicazione di Napoleone era terminata la sua rappresentanza come Viceré, deliberò di abbandonare il Regno e di restituirsi in Baviera e poi in Francia; lasciò che l'ordine fosse ripristinato dalle armi di S. M. l'Imperatore d'Austria, al quale oggetto combinò nel dí 23 aprile una seconda convenzione col F. M. Conte di Bellegarde, in forza di cui, e non mai delle non valutate deputazioni spedite dalla Reggenza alli diversi corpi delle armate alleate, prese questi possesso della capitale e dei paesi non ancora occupati. Difatti il generale Sommariva, giunto in Milano nel dí 25, scrisse alla Reggenza che in vista di essa capitolazione spiegava la sua qualità di Commissario delle AA. PP. e si poneva alla testa di tutte le Autorità. Ciò, a dire il vero, non fu grato ai sovrani novelli, a' quali molto meno fu accetto l'ingresso successivo delle armi austriache in Milano. Si trovò scritto a grandi caratteri, in tutti i quartieri di guardia civica, le parole: O indipendenza, o morte. Il Giornale Italiano, redatto e pubblicato sotto l'influenza e sotto la sorveglianza del Governo, come foglio officiale, nell'annunziare l'arrivo di dette truppe disse, che «la Guardia Civica ed una numerosa folla di popolo le accolsero con quelle dimostrazioni di gioia e di gratitudine ch'eccitar dee da per tutto la presenza di guerrieri che hanno tanta parte nella pacificazione dell'Europa; ma conservarono nello stesso tempo quel nobile contegno, che caratterizza una nazione il cui primo vóto è l'indipendenza».

Tanto e cosí gagliardo era in que' giorni il riscaldamento e il fanatismo da far pietà. Non risparmiando i Collegi alcuna delle attribuzioni sovrane, avevano annullato nella seduta dei 25 i celebri decreti di Berlino e di Milano[35] ed i relativi regolamenti; imponendo restrizioni preventive al loro Monarca, cui non si faceva torto, subito che nuovo doveva essere e non conosciuto, gli avevano limitato la riserva della caccia di Monza al solo parco, escluso il circondario esterno, ed alle sole valli ed ai boschi del Ticino. Avevano abolite diverse leggi penali, avevano dichiarata la cessazione del Senato ed avocata alla Nazione la sua dotazione, la cessazione del Consiglio di Stato con la sua segreteria, delle cariche di ministri e di consiglieri di Stato.

Questi elettori, che tanto di Nazione parlavano, non sono giunti mai a numero maggiore di 170. Erano 1153 gli elettori di tutto il Regno ed in forza della costituzione[36] doveva concorrere almeno un terzo perché fosse valida la convocazione. Anzi che giungere a questo prescritto numero, fu anzi tanto maggiore la nullità delle sessioni, perché tutti e dotti e commercianti del dipartimento di Olona vi concorsero, e dagli altri dipartimenti non si chiamarono che i possidenti, il che non fu senza grande artifizio, per la tema che persone intelligenti, saggie e non calde, non frastornassero col numero i concepiti giganteschi progetti. Quanto goffamente presumesse una tale assemblea rivoluzionaria di distruggere i primi corpi del Regno, è dimostrato nella nota inserita in calce di questa memoria, al [num. 8], la quale fu offerta all'Austriaca autorità dal presidente e dal cancelliere del Senato.

Il F. M. Sommariva, cui si presentò una deputazione de' Collegi, fece conoscere la poca sua soddisfazione che questi continuassero ne' loro lavori, acconsentí soltanto a di loro preghiera che alcun'altra seduta a propria convenienza tenessero, senza però nulla risolvere e determinare. L'ultima si convocò nel giorno due di maggio, in cui gli elettori dichiararono «aggiornate le loro operazioni fino al ritorno della deputazione diretta agli Augusti Sovrani, e finché per parte de' medesimi non siano intervenuti interessanti dispacci». Dichiararono infine che «l'esercito italiano ha sempre meritato della patria.» La sessione fu chiusa con un discorso del presidente, di cui fu acclamata la stampa. Mi sia permesso di ripeterlo per intiero, affinché meglio si riconosca fino a qual esaltazione si delirasse in quel corpo. — I Collegi elettorali hanno saviamente determinato, nella seduta di ieri l'altro, dichiaratisi permanenti, di aggiornarsi fino a che, diradandosi il velo politico del nostro orizzonte, possano ancora riunirsi ad operare il bene, e a tutte realizzare le concepite liete speranze. Nell'atto che manifesto a' Collegi la somma mia gratitudine per l'immeritata onorificenza, ancora trepidante per l'incertezza di avere anche scarsamente corrisposto a tanta fiducia, fo mozione che venga indirizzato alla Reggenza un messaggio, in cui, dandole parte della sospensione dei nostri lavori, accolga fortemente i voti unanimi dei Collegi elettorali per la sua indipendenza, senza la quale non v'è né bene, né patria. Sia questa, mercé la protezione delle Alte Potenze alleate, dalle sue rovine ricomperata, e possa sotto un virtuoso indipendente Governo gloriosamente operare.

Anche un'altra volta figurò, non piú, la rappresentanza elettorale, allorché si recò in deputazione al F. M. Conte di Bellegarde, nel giorno dieci di maggio, giorno successivo al suo ingresso in Milano. Anche un'altra volta eloquentissimamente arringò il presidente Giovio, e pronunziò parole, che a tutt'altro che ad un consigliere di Stato convenivano, il quale tanta influenza aveva avuto nelle operazioni tutte del cessato governo. Il voto generale, che vi manifestiamo (disse egli al F. M.), si è l'indipendenza protetta da savie leggi e da un principe, che tutte accolga le nostre benedizioni. Pervenga questo nostro ardente desiderio agli Augusti Sovrani alleati. Non è egoismo, né orgoglio che domandare ne faccia una esistenza politica alla loro generosità, ma un sentimento caldissimo degno d'ogni animo virtuoso, quello di assicurare la felicità di un buon popolo che ha lottato finora con ogni sorta di mali.