Dopo quindici giorni sparí del tutto l'illusione dell'indipendenza italiana; con proclama de' 23 maggio il F. M. Conte di Bellegarde solennemente promulgò che non piú in nome delle Alte Potenze coalizzate, ma bensí per il suo sovrano e padrone l'Imperatore d'Austria, Re d'Ungheria e di Boemia, riteneva Milano e le annesse provincie. Dichiarò nel tempo stesso, che da quel giorno cessava l'attività e l'influenza de' Collegi, non meno che del Senato e del Consiglio di Stato, e soppresse in seguito la guardia civica. Cosí palesò che il suo governo in niun conto aveva tenuto l'abolizione dei due primi corpi dello Stato, che con tanto strepito e trionfo si era operata dall'assemblea milanese. Essi sono cessati per effetto di sistema, e non per il capriccio e l'animosità di pochi elettori.
La sola Reggenza rimase, di cui alla testa si pose il Maresciallo col carattere di Commissario plenipotenziario. A compimento della storia resta pure, che si dia qualche cenno degli atti di questa provvisoria magistratura composta in origine di sette cittadini milanesi, alli quali nel dí 25 aprile associarono i collegi, con non giusta proporzione, altrettanti individui per gli altri sette dipartimenti. Gli oggetti di finanza richiamarono le prime cure della Reggenza. Essa trovò alla sua installazione che il generale Pino, il Podestà e il Consiglio comunale avevano ridotti a metà i prezzi del sale, del tabacco e la tariffa dei dazî consumo; a ciò essa aggiunse l'abolizione totale della legge del registro, e nel dí 23 aprile diffuse a tutti i dipartimenti tali provvidenze, con aver anche ristretto a due sole terze parti il dazio sulle derrate coloniali, compreso lo zucchero. Limitò quindi a metà la tassa delle lettere; annullò quella del contributo delle arti e mestieri, e cosí pure la ritenuta del quinto sul soldo della truppa, decretata durante la guerra, ed ordinò la pronta liquidazione dell'arretrato credito dei militari, onde fissare poi pel medesimo le epoche di pagamento. Queste misure furono figlie della circostanza e del timore, poiché ben presto reintegrò il registro per la tassa degli atti giudiziali in aumento dei dritti di cancelleria, ed anche il registro delle scritture private, limitato però al solo dritto fisso. Pubblicò nuove tariffe sul prezzo de' sali e dei tabacchi, sulli dazî di consumo e sopra i dritti doganali per l'importazione ed esportazione delle derrate, mercanzie ed altri generi. La soverchia indulgenza de' primi giorni fece sí che si dovesse mantenere per li mesi di maggio e di giugno la prediale all'eccessivo rigorismo a cui fu portata dal decreto de' 6 aprile 1814.
Procedette ad altre innovazioni, parte di propria autorità, parte in esecuzione della volontà dei Collegi. Accordò amnistia ai disertori, ai refrattarî, ai condannati o detenuti per oggetti di coscrizione, di finanza, di opinione e di trasgressione alle leggi e regolamenti sulle caccie. Riformò in qualche parte il catechismo del cardinale Caprara, restituí alle proprie case i figli unici e parificati agli unici e ai sostegni delle famiglie, requisiti per le armate. Abolí le Corti speciali, e cosí la pena della berlina alle donne, non che agli uomini per i delitti importanti la sola pena di reclusione.
Fece promozioni e destituzioni; promosse il generale di brigata Mazzucchelli a generale di divisione, richiamò e pose in attività di servizio il generale polacco Dembowski, rilasciò brevetto di capo squadrone al poeta autore de' Sepolcri e dell'Aiace. Riformata per effetto di sistema la direzione generale di polizia, promosse il conte Luini a consigliere di cassazione; ha poi destituito dal ministero della guerra il generale di divisione conte Fontanelli ed il suo segretario generale e dalla prefettura di polizia il signor Giovanni Villa. Si era fatto lecito quest'ultimo di indagare e porre in prospettiva le tracce e l'andamento della rivoluzione del venti aprile, con aver sottoposto ad inopportuni interrogatori i già arrestati in quel giorno dalle civiche pattuglie, tra i quali erano anche i piú acclamati rapinatori della sostanza Prina e molti dei stipendiati sicari. Questi furono restituiti in libertà, e fu dal suo officio rimosso l'arbitrario prefetto, che osava cosí di «far rivivere delle animosità che si volevano sopite, ed urtava col principio adottato e proclamato dalla Reggenza, di coprire di un velo le cose avvenute» (v. il documento [num. 7]).
Furono finalmente ringraziati dalla Reggenza tutti i Francesi ed i Corsi che prestavano servizio all'armata, e furono dimessi tutti gl'impiegati oriundi di paesi che non hanno mai appartenuto al Regno d'Italia, o che hanno adesso cessato definitivamente di appartenervi, misura che solleva forse la finanza, ma non la gran famiglia de' cittadini, perché sarà ben maggiore il numero degli impiegati ne' suddetti paesi, che per giusto riverbero sono stati rimandati e si rimanderanno. Pareva inverosimile che in questa misura siano stati compresi i professori dell'università di Pavia e de' licei. Veramente gli uomini dotti sono stati sempre riputati cittadini indistintamente di ogni angolo della terra, ed è questa l'ultima volta che di essi si ricerchi la patria, e non i soli talenti, i lumi ed il bene prezioso dell'istruzione, che procurar possono ai consimili.
Ed ecco posta nella sua luce originale una serie di fatti, che non possono evitare una particolare menzione ne' nostri annali. Ne' primi giorni di fermento rivoluzionario si gloriarono i cittadini milanesi, ed i piú distinti, d'aver essi personalmente operato gli eccessi del venti aprile. Sono arrivati a far intagliare e pubblicare una stampa, in cui si vede l'infelice Prina in atto di essere gittato dalla finestra per opera, non della plebe, ma di soggetti nobilmente vestiti, e di essere accolto in istrada colle punte delle loro ombrelle da altri personaggi in egual vestiario. Quindi, sentito il fremito d'indignazione di tutti i buoni, ed andati a vuoto tutti i loro progetti, si sono coperti di tanta vergogna, ed hanno fatto inserire in Parigi, nel Journal des Débats, che i milanesi non hanno preso parte ne' suaccennati disordini. È nato da questa mendace impudenza che in questa memoria siano stati nominati individualmente i soggetti che hanno pubblicamente figurato in essi. Cosí la storia imparziale non mancherà delle necessarie nozioni e di monumenti irrefragabili, onde assegnare a ciascuno il meritato tributo di lode o di biasimo.