SUGLI AVVENIMENTI DI MILANO
17-20 di Aprile 1814

RELAZIONE.

Trascorsi ormai due anni dagli avvenimenti accaduti in Milano nell'aprile 1814, io, Carlo Verri, intraprendo a stendere una Memoria relativa a quella sfortunata epoca, che rimarrà lungamente scolpita negli animi dei Lombardi. Era mia intenzione di ciò fare, sino dal primo giorno nel quale seguí il movimento popolare; ma non mi è stato possibile. Le molte persone che vennero da me e l'essere io stato nominato Presidente del Governo non mi hanno lasciato libero il tempo. Avendo poi continuato a servire il Governo sino a tutto il 1815, distratto dagli affari ed essendo in debole salute, non ho saputo determinarmi a scrivere. Ora però che mi trovo in piena libertà e senza incombenza alcuna, io penso di esporre quanto la memoria saprà suggerirmi, né mi dilungherò in riflessioni, attenendomi a' soli e semplici fatti, dei quali io stesso fui personalmente testimonio e che constino per pubblici documenti, o tali, per pubblica fama, che non se ne possa dubitare, non avuto riguardo alle voci sparse e prive di sodo fondamento. Narrerò quanto io stesso ho veduto e quanto è accaduto a me: cosí questa mia relazione, che penso deporre nell'archivio di famiglia, darà qualche idea della cosa pubblica ed una notizia certa di quanto è accaduto a me come uomo pubblico in quell'epoca ed in seguito. Né sarà discaro agli individui della famiglia se, scrivendo di me, sarò forse diffuso, e se brevemente discorrerò degli impieghi ai quali sono stato chiamato prima dell'epoca che intendo descrivere, giacché il principale mio scopo è appunto quello di stendere una Memoria intorno a ciò che mi appartiene come uomo pubblico.

Nel 1802, mentr'io da qualche tempo viveva quasi abitualmente in campagna attendendo all'agricoltura, il conte Francesco Melzi, fatto vicepresidente della Repubblica Italiana, chiese di me e mi offrí una prefettura. Contavo già il cinquantesimonono anno d'età e con salute debole. Presi tempo a riflettere, poi accettai, sempreché fossi destinato alla prefettura del Lario in Como, città triste, ma che offriva la vicinanza dei miei fondi, della patria e del fratello cavaliere Giovanni in essa domiciliato. La fondata speranza di un buon Governo, lo Stato stabilito con pubblico trattato politico, il dovere che incombeva a qualunque probo cittadino di secondare la felice circostanza per il pubblico interesse mi determinarono all'assenso, avendo nei tempi antecedenti di rivoluzione della Cisalpina e dei variati governi vissuto affatto alieno da qualunque impiego. Erano le prefetture in quella loro istituzione di grado assai decoroso, ed erano i Prefetti quasi veri governatori; ma in seguito decaddero assai dal loro lustro.

Il vicepresidente Melzi avrebbe voluto destinarmi non a Como, ma in qualche altro dipartimento piú interessante, e probabilmente aveva fisso nell'animo quello del Mella, la cui capitale è Brescia. Ma le circostanze soprallegate fecero ch'io rimanessi nella mia prima adesione per il solo Lario in Como. Dopo circa un mese di sospensione, il vicepresidente, vedendomi costante, mi nominò per il Lario. Ma vari signori bresciani, mossi da propria opinione e probabilmente dal Governo istesso, mi fecero istanze assai lusinghevoli perché cangiassi di pensiero e accettassi il Mella, e tali furono le istanze che non senza imbarazzante difficoltà sarebbe accaduto che io mi dispensassi; al che si aggiunse una obbligantissima lettera del cittadino Villa, ministro dell'interno, colla quale mi partecipava il desiderio de' Bresciani e quello del Governo istesso, che io non mi rifiutassi per il dipartimento del Mella. Erano pertanto le cose a tal segno spinte che il rifiuto sembrava inurbana ostinazione, onde mi determinai a secondare l'istanza. Ma se la vivacità di quella nazione e le difficoltà che poteva presentare lusingavano e mi rendevano assai preferibile il Mella al Lario, pure la poca salute, la distanza da' parenti, dagli amici e dalle mie proprietà mi facevano preferire il Lario. Quindi in giugno del 1802 partii per Brescia: onorevolmente accolto, ivi rimasi fino al settembre del 1804, nel quale tempo ebbi una grave malattia di petto e fui nominato Consigliere legislativo. Quale memoria abbia fortunatamente lasciata di me nel dipartimento non istà a me il dirlo: il Governo ne fu contento e mi premiò coll'avanzarmi di grado in patria.

Venuto in Milano nel 1805 Napoleone per prendere la Corona di ferro, fece una nuova nomina per il Consiglio interinale di Stato, poi la fece stabile; ed in entrambe vi fui nominato. Poi, istituito l'Ordine della Corona di ferro, fui tra i primi nominato Commendatore, e n'ebbi la decorazione nella prima e sola funzione pubblica che si fece in Sant'Ambrogio, dalle mani del Principe Eugenio Viceré, seduto sotto il trono in piena formalità. Varie e distinte incombenze ebbi come consigliere, nelle quali anche fui nominato il primo ove si trattava di piú consiglieri nominati. Tale fu la commissione per la Dalmazia, ove io fui nominato per Zara e suo distretto; ma per motivi di salute mi dispensai. Cosí fui nominato il primo, e nei primi dipartimenti, come Ispettore di pubblica beneficenza.

Finalmente nel principio di aprile dell'anno 1808 il Principe Viceré, sebbene io per mia indole non avvicinassi né la real Corte né i Ministri, con maniere obbliganti mi chiese se avrebbe potuto disporre di me; al che risposi che tutto mi sarebbe stato gratissimo e ad onore, sempreché la mia poca salute ed i miei pochi talenti avessero potuto secondare le viste di S. A. R. Passati pochi giorni, il Principe con suo viglietto mi scrisse che mi disponessi a partire per Ancona e che conservassi il segreto che affidava alla mia discretezza. Poi volle a me solo manifestare il motivo della partenza, il quale era doversi da me organizzare i tre dipartimenti della Marca, cioè il Metauro, il Musone ed il Tronto. Comandava in essi, come governatore, il generale francese Lemarois. Volle il Principe ch'io carteggiassi direttamente con lui e diedemi per compagno Giacomo Luini, Consigliere uditore. Partii in aprile, pretestando un giro nei dipartimenti del circondario di pubblica beneficenza a me affidato, e giunsi in Ancona prima del giorno 21 del mese, epoca assegnatami. Rimasi in Ancona sino a tutto l'agosto, e ritornai in patria lasciando contente quelle popolazioni; e persino gli ecclesiastici di Roma non disapprovarono la mia condotta. Il real Governo ne fu contento ed il Principe, pagate le spese, mi regalò una bellissima tabacchiera col suo ritratto contornato di brillanti. Non è a tacersi essere io andato in quei dipartimenti senza istruzioni, senza notizie delle finanze, essendosi il real Principe interamente affidato, com'egli graziosamente diceva, alla mia saviezza.

Erettosi da S. M. l'Imperatore Napoleone il Senato del Regno d'Italia, ed essendosi riservata la nomina di alcuni, oltre quelli che gli fossero stati presentati dai Collegi elettorali in conformità dello Statuto, mi nominò Senatore con decreto del giorno 10 ottobre 1809.