Questa è la carriera da me percorsa nei pubblici impieghi, dai quali sono stato alieno fino all'anno cinquantesimo di mia vita e per i quali non ho mai fatto passo alcuno sia colla Corte, sia coi Ministri. Dal che facilmente si scorge che nel Governo della Repubblica italiana ed in quello del Regno d'Italia i sudditi chiamati a pubblico impiego ottenevano la confidenza del Governo, e non erano gl'Italiani trattati come semplici operai e sottoposti all'umiliante diffidenza, che disgraziatamente forma uno dei principali caratteri del Governo austriaco verso gl'Italiani.
Ciò premesso per notizia della famiglia, passo ora alla seconda epoca, cioè a quella del cangiamento di Governo. Scrivendo ciò che la memoria potrà fornirmi e senza prevenzione di partito, non esporrò che i fatti certi, dai quali potrà chi legge dedurre quelle conseguenze che offrono da loro medesimi. Parlerò molto di me, poiché la Memoria che stendo ha per iscopo principale appunto quello di lasciare in famiglia un documento di quanto m'è accaduto, perché possa da esso dedurre argomento delle stabilità politiche, e quanto meglio sia il fondare la felicità sull'esistenza propria, sulle abitudini e geniali occupazioni, sui lumi, sullo studio, di quello che sugli impieghi dipendenti sempre dall'altrui volere e dall'impensato cangiamento degli eventi politici ed amministrativi.
Era la sera del giorno 16 aprile 1814, quand'io essendo colla società di varie persone, che seralmente da me si sogliono unire già da vari anni, ricevetti lettera d'avviso che la mattina seguente si univa il Senato in seduta straordinaria. Convalescente per recente malattia di petto e debole assai, gli amici mi consigliarono a non intervenire alla seduta; ma riflettendo io che questa seduta, attese le cose di Francia e le sventure di Napoleone delle quali correvano incerte voci, doveva essere effetto di oggetto interessante, mi determinai d'andare al Senato, anche esponendo la propria salute. Ignorava di che trattar si dovesse; e la mattina del 17 me ne stavo seduto in letto trattenendomi in alcune geniali occupazioni ed attendendo l'ora di alzarmi, quando venne da me il conte Alfonso Castiglioni mio nipote. Premessi i soliti atti di famigliare amicizia, egli mi chiese se pensava di andare al Senato; al che risposi affermativamente adducendone il motivo. Continuò egli interpellandomi se mi era noto l'oggetto della convocazione, e risposi che lo ignoravo. Allora egli mi disse: «Io ve lo dirò. Trattasi di un messaggio al Senato per ottenere che il Principe Eugenio, viceré d'Italia, sia dichiarato re.» Ignorando io ciò che era accaduto in Francia, come s'ignorava da tutti, fui sorpreso e meravigliato, onde ne parlai con stupore non potendo persuadermi di quanto mi veniva detto; ma il conte Castiglioni mi assicurò in modo cosí deciso e fermo che dovetti in certo modo persuadermi essere vero quanto mi diceva.
Dopo breve dialogo partito il Castiglioni e rimasto solo, riflettei fra me medesimo cosa dovessi fare e dubitai se fosse prudente cosa il non intervenire alla seduta, giacché la poca salute mi offriva giusto motivo. Da una parte io sentiva le molte obbligazioni mie verso il Principe, che sempre mi ha distinto sebbene io non frequentassi la Corte; non ignoravo, d'altronde, che già da un anno il pubblico non gli era piú affezionato e che molto di lui si doleva. Rammentavasi l'ordine, da lui emanato, di dare cinquanta colpi di bastone ciascun giorno di un intero mese a' vari condannati ai lavori forzati in Mantova per essere fuggiti: decreto che fu eseguito per alcuni giorni, poi sospeso, essendosi da Mantova mandati in commissione speciale alcuni cittadini onde revocare sí terribile decreto, che riduceva quelli infelici a dura morte per cancrena. Né fece poca impressione nell'animo degli Italiani la condanna a morte per fucilazione del sig. ...... guardia d'onore, di famiglia distinta di Corinaldo, dipartimento del Metauro, per pensata e non effettuata diserzione. Varie altre cose spargevansi già da qualche tempo contro il Principe, e singolarmente alcune sue espressioni di disprezzo pe' militari italiani. Né poteva il pubblico tollerare l'influenza del signor Méjan, suo segretario degli ordini, né quella di qualche suo aiutante disprezzatore degli Italiani. Spiaceva inoltre che il signor Darnay fosse stato fatto Direttore delle poste, e dicevasi che le lettere erano tutte aperte, molte trattenute ed abbruciate. Il partito opposto al Governo esagerava questi fatti e declamava: i tributi gravosissimi diretti dal ministro Prina odiato dal pubblico; la coscrizione militare che offriva al macello tanta gioventú e che non lasciava famiglia che non fosse in profonda desolazione; la lusinga sempre facile nel popolo di migliorare la sorte presente con un nuovo Governo; la reazione del partito dei nobili e di quelli che dimenticati dal Governo speravano nelle vicende della guerra, dopo i disastri sofferti nel fine della campagna di Russia, davano animo ad eccitare il generale malcontento con tutti quei mezzi e con tutte quelle dicerie, che l'entusiasmo e la vivacità dei partiti hanno poste in opera in tante fatali circostanze dell'età nostra.
Questi pensieri ed il dubbio del carattere che il Senato fosse per assumere in cosí difficile circostanza, l'intimo sentimento mio di esprimere il mio voto sempre diretto dall'onore, dal dovere e dal pubblico bene, mi davano grande perplessità e timore di espormi inutilmente. L'incertezza delle notizie, l'ignoranza del vero stato politico delle cose, la volubilità degli eventi, la generale avversione al Governo francese, le declamazioni contro il Principe erano tutti oggetti gravissimi di seria riflessione. Considerando però che l'uomo appunto nelle circostanze difficili non doveva smentire il proprio carattere e che l'uomo appunto in queste occasioni deve prestarsi in favore dello Stato e del bene della società, mi determinai di andare al Senato nella ferma risoluzione di parlare con quella libertà che era di preciso dovere, quand'anche avessi dovuto sacrificare me stesso, e di ragionare in conformità di quanto fosse stato proposto alla discussione del Corpo, giacché realmente non sapevo immaginare sotto quale aspetto, con quali motivi e come potesse essere disposto l'affare.
Giunto al palazzo del Senato, dubitando che la prevenzione di alcuni individui, la debolezza di molti, le private viste ed un antecedente maneggio potessero indurre il Senato o ad essere sospeso o a non mantenere quel nobile carattere e quella saviezza che conveniva al primario Corpo del Regno, avvicinai due o tre senatori, e, chiesto loro se avessero notizia di quanto doveva trattarsi, essendomi stato risposto che lo ignoravano, dissi loro che l'affare doveva essere grave e che li esortava ad essere attenti e cauti contro qualunque sorpresa.
Era presidente il conte Veneri, modenese, ex-ministro del tesoro del Regno. Aperta la seduta, fu letto un messaggio del signor Duca di Lodi, guardasigilli del Regno, col quale annunziava al Senato che le vicende politiche e le circostanze esigevano la piú seria attenzione, ed essere necessario:
1º di spedire una Deputazione alle Alte Potenze alleate contro la Francia, onde interessarle a sospendere le ostilità e conservare il Regno coll'indipendenza dello Stato.
2º Convocare i Collegi elettorali.
Con questo messaggio venne proposta anche la forma del decreto da adottarsi, e dopo i due suddetti articoli eravi il terzo ed ultimo, col quale volevasi che