Era la sera del giorno 19, quand'io secondo il consueto me ne stava in casa colla società degli amici e parenti, allorché ricevetti la solita lettera d'invito al Senato per il giorno seguente. Aveva il Senato due sedute fisse in ciascun mese, cioè il 10 e il 20. Cosí anche in quelle tumultuose circostanze il Presidente fece spedire l'invito come cosa regolare e di pratica. E qui pure veggonsi i gravi errori politici e amministrativi. Era notorio il fermento pubblico, era generale il malcontento; nessuno ignorava che la sera del 17 nel teatro della Scala fuvvi chi propose, come si è detto piú sopra, di andare tumultuariamente al Senato per costringerlo a non secondare il progetto favorevole al Principe Eugenio. La seduta del Senato era di mera formalità per essere il 20 del mese, e non eravi alcun affare interessante e nessuna forza che assicurasse la tranquillità della seduta. Letta la lettera, tutti quelli della società, singolarmente in vista della debole salute in cui mi trovava per la sofferta malattia di petto, mi persuadevano a non espormi alla necessaria mutazione di vestito ed al diverso ambiente delle stanze. Grato all'interesse degli amici, fermo in me stesso d'intervenire alla seduta, risposi che mi sarei determinato secondo mi ritrovassi di salute nella mattina seguente.
Il giorno 20, mi vestii di costume, come si soleva, e postomi in carrozza andai al Senato. Temendo però che passando per la corsía dei Servi potessero dai caffè che vi sono essermi fatti quelli applausi, che mi fu riferito non essermi stati fatti quando vi passai il giorno 18 per non essere stato conosciuto, volli che il cocchiere prendesse la contrada di S. Vittore Quaranta Martiri, poi quella del Senato. Giunto al ponte che sta a capo di essa, vidi alla porta del palazzo del Senato un complotto di venti persone circa, e non piú, colle ombrelle di seta perché pioveva. Fra quelle persone potei distinguere un giovane nobile da me conosciuto, il quale allo spuntare della mia carrozza fece un cenno e conobbi che indicò essere quella la carrozza mia. Fatto il piccolo tratto che sta fra il ponte e la porta del palazzo, udii grandi evviva, applausi e batter di mani a me diretti; feci un profondo inchino, e rapidamente entrato sotto il portico e sceso, continuando gli applausi, facendo inchini me ne andai frettolosamente alla gran sala. Venivano in seguito di mano in mano altre carrozze di senatori, e mentre lentamente io montava le scale, udii urli e fischiate non prive di minacce, colle quali gli altri senatori erano ricevuti ed accompagnati. Passati i due lunghi portici, entrai nella prima stanza degli uscieri, e mentre pensava dirigermi alla destra, ove solevano radunarsi gl'individui prima di porsi nell'aula della seduta, mi fu indicato che i senatori erano nell'aula suddetta. Come ciò accadesse io non lo so; ma forse quello schiamazzo, sebbene di poche persone, aveva indotto i senatori a porsi subito nell'aula della seduta, sia per ottenere il vantaggio di rappresentanza pubblica del Corpo primario dello Stato, sia per accelerare le discussioni e le provvidenze che potessero occorrere.
Entrato nell'aula, ritrovai non molti senatori avermi preceduto, e fatti i consueti offici d'urbanità, vidi il Presidente che stava in piedi innanzi ad alcuni senatori seduti: mi accostai e lo salutai. Stavano gli altri separatamente parlando come nella società si costuma, poiché non era incominciata la seduta per mancanza del numero legale. Osservai che il Presidente discorreva con quelli ch'erano seco su alcune carte che avevano in mano, e vedendo che il loro discorso mostrava inquietudine, voltomi al Presidente, chiesi vedere le carte, e data una rapida occhiata, vidi contenere una forte protesta contro il Governo francese, e parmi vi fosse la domanda della convocazione dei Collegi elettorali e del richiamo della Deputazione spedita a Mantova. Osservai una grande quantità di firme d'individui delle piú ragguardevoli famiglie e di persone distinte, coll'annotazione che molte ed assai piú non erano state trascritte per mancanza di tempo. Rivoltomi pertanto al Presidente, lo interpellai, se egli aveva ricevute quelle firme, e gli dissi che a me facevano grande impressione e che non sembravami cosa da prendersi leggermente, ma da essere ponderata assai. Appena ebbi ciò detto, un araldo entrò e disse che un aiutante del Comandante della piazza chiedeva di entrare. Ammesso nella sala, disse che per ordine del Comandante avvertiva il Senato che il popolo contornava il palazzo, che la folla cresceva e che vi era pericolo. È veramente meritevole di molta considerazione questo messaggio, senza che dal Comandante si accennasse provvedimento alcuno da lui dato, né forza comandata in difesa del Corpo e della pubblica sicurezza: cosí pure che ad alcuno dei senatori non si presentasse l'idea, che pur doveva essere la prima a sorgere, d'interpellare l'aiutante sulle provvidenze che fossero state date e da potersi dare. Io rimprovero me stesso di tanta mancanza, e non posso cessare dalla maraviglia come ciò non sia sovvenuto né a me, né ad alcuno.
Mentre però la sorpresa sembrava aver colpito i senatori, sentendo che il popolo era alla porta del palazzo e riflettendo agli applausi fattimi, rivoltomi ai senatori dissi: «Se lo giudicate, mi presenterò al popolo onde conoscere la cosa e procurare la calma». Avendo essi aderito, uscii subito, e passati i lunghi portici, sceso dalla gran scala, mi portai alla porta del palazzo. Osservai non esservi ivi di guardia che sette od otto soldati, numero minore del consueto, e fu mio primo consiglio l'ordinare al capo-posto che nessun soldato facesse violenza. Pioveva; mi posi sul limitare esterno: ma quale fu la mia sorpresa allo scorgere totalmente cangiata la qualità delle persone ivi affollate. Eranvi al mio arrivo cittadini tutti per lo meno di civile condizione, e tutti con ombrelle di seta; ma ora non si ravvisavano che individui del piú basso popolo, nessuno fra essi di mia conoscenza, nessuno che mi conoscesse. Chiesi cosa si bramasse, e replicatamente dissi il mio nome; chiesi piú volte se vi fosse chi mi conoscesse personalmente, pregai perché alcuno s'inoltrasse e parlasse dichiarando quanto si chiedeva. Ma tutto fu inutile; nessuno proferí parola, nessuno si mosse dal luogo: quella massa non grande di popolo rimase muta, immobile, tranquilla, ma era composta di figure che non presagivano alcun bene e sembravano fatte per il saccheggio e la rapina. Dopo replicate inutili istanze, non movendosi alcuno, nessuno parlando, credetti mio dovere di fare una breve esortazione, nella quale, lodata la buona indole della popolazione e rammentata la savia condotta tenuta dai miei concittadini nei tempi della generale rivoluzione, assicurata quella gente sulla mia parola d'onore che il Senato non aveva agito e non pensava che in conformità del pubblico interesse, esortai alla calma ed a ritirarsi ciascuno a' proprii offici domestici.
La tranquillità ed il silenzio conservato da quella parte di popolo che si era presentato alla porta del palazzo, che non ascendeva forse a sessanta persone, davano motivo di considerare quel piccolo tumulto come cosa da poco e calmato dal breve discorso fattogli. Ritornai pertanto al Senato; ma appena fui nella sala riferendo l'occorso, alcuni degli uscieri ed impiegati entrarono sbigottiti annunziando che il popolo s'ingrossava in modo minaccioso. Come ciò accadesse io non saprei assicurarlo. Forse la naturale curiosità, per cui suole il popolo accorrere ovunque si formi unione di gente, poté in poco tempo accrescere la folla; o forse, come da alcuni si è asserito, molta gente erasi anche radunata preventivamente dal partito dei giovani nobili, che pel primo diede il moto, e la teneva collocata nel bosco attiguo al palazzo. E sebbene dalla porta di questo all'aula del Senato siavi qualche distanza per i lunghi portici dei due cortili, né io potessi andare con passo molto celere perché convalescente, pure la rapidità colla quale il popolo si era ingrossato può in certo modo confermarne il sospetto.
Al nuovo annunzio nacque un momento di silenzio, ed io, vedendo che nessuno parlava, dissi: «Se lo credete, o senatori, ritornerò, e mi presenterò al popolo». Aderirono essi, ed i senatori Massari e Felici si offrirono a venire con me. Scese le scale, ritrovammo essere il popolo entrato nel primo portico inferiore. Felici e Massari, mischiatisi colla moltitudine, la esortavano alla quiete, assicurandola della retta intenzione del Senato, ed io con essi faceva lo stesso. Eravamo vestiti da senatori, come solevasi allorquando si sedeva in Senato. Mentre però con urbane e ragionevoli esortazioni procuravamo, cosí frammischiati col popolo, persuaderlo alla quiete ed a ritirarsi, io osservai che non piú eravi silenzio, quiete, immobilità, come quando mi presentai solo, ma che il popolo questionando si avanzava, dimenticato quel rispetto che avrebbe dovuto mantenere alla presenza di tre magistrati in abito di costume e nel palazzo medesimo del primario Corpo dello Stato. Questo diverso contegno mi fece impressione ed ebbi un momento di dubbio sulla sicurezza dei nostri individui e del rispetto dovuto alla dignità del grado senatorio. Temetti, sebbene fossi stato applaudito all'ingresso, poi rispettato parlando solo al popolo, che in quella tumultuosa folla poco conosciuto potessi facilmente essere insultato, ché troppo diverso dal primo era il contegno di questa seconda massa. Nella prima l'immobilità ed il silenzio davano luogo a sperare certo rispetto; nella seconda, superiore assai di numero, non piú silenzio, non piú immobilità: si questionava continuamente, la moltitudine andava inoltrandosi verso le scale, non mancavano schiamazzi, e tutto presagiva non aversi rispetto alcuno né al luogo, né alle persone.
Eransi i due senatori, che meco discesero le scale, separati, e ciascuno di essi parlava al popolo separatamente, esortandolo alla quiete con adatti modi. Ma questa separazione nostra e il frammischiarsi ciascuno separatamente colla massa ivi concorsa, togliendo molto alla dignità della rappresentanza, dava sempre piú animo ai tumultuanti; ond'io vedendo l'inutilità di quelle allocuzioni e che il popolo disputando e piuttosto confusamente mormorando s'inoltrava, credetti prudente cosa e necessaria rimontare le scale e rientrare in Senato. Il mio dubbio era giustamente fondato su tutte quelle poco felici speranze; infatti appena rientrai nell'aula, incominciai a riferire quanto accadeva nel primo gran cortile, che anche gli altri due senatori rientrarono. Trascorsi pochi momenti, crescendo il tumulto, sbigottiti gli uscieri e gli altri impiegati, alcuni bussando alla porta del Senato palpitanti, pallidi per lo spavento chiesero di entrare, e con interrotte parole annunziarono che il popolo s'ingrossava con manifesto pericolo. Fattosi un momento di silenzio, come suole accadere nelle circostanze che portano seco il sentimento della sorpresa ed esigono per la loro importanza ponderazione e consiglio, io di nuovo mi offrii per arringare il popolo. Riflettendo però all'occorso sopra narrato, dissi: «Senatori, se cosí giudicate, io di nuovo mi proverò presentandomi alla moltitudine, ma bramerei presentarmi solo». Acconsentirono essi, ed io, per quanto le deboli forze me lo permettevano, presto uscii, e passati i lunghi portici superiori scesi la grande scala, e giunto al ripiano che dà all'ultima parte di essa che sta di faccia al lungo portico, lo vidi tutto pieno di gente, che confusamente faceva strepito. Era frattanto giunto al palazzo un corpo di Guardia nazionale, con vari ufficiali di essa. Alcuni di questi mi si avvicinarono dicendomi cose assai obbliganti, né mancò chi mi disse; «Siate pur fermo e tranquillo, noi siamo disposti ad esporre la vita; ma voi sarete salvo, ed in qualunque evento vi difenderemo». Io non saprei esprimere quali sentimenti eccitassero in me cosí lusinghiere espressioni, la condotta del popolo verso di me, la folla del tumulto e le circostanze tutte che lo accompagnavano. Giunto pertanto al ripiano superiore della prima salita, avendo di contro i lunghi portici del cortile pieni di popolo irrequieto e tumultuante, io rimasi sul ripiano, poi discesi circa alla metà della prima gradinata. Dissi qualche parola, ma lo strepito confuso degli insorti e la debolezza della mia voce rendevano inutile qualunque esperimento. Alcune guardie nazionali eransi poste in ordine lungo il primo gradino al piano del portico: qualche uffiziale ed alcuni impiegati del Senato eran meco sulla scala. Essendo inutile per lo strepito il parlare, levatomi di tasca un fazzoletto bianco lo mostrai al popolo, tentando cosí con questo segno di pace e con volto ilare d'indurlo ad ascoltarmi. Ma ciò non ottenni se non dopo qualche tempo, imperocché alcuni indiscreti, probabilmente bramosi di tumulto onde approfittarne saccheggiando, non desistevano dagli urli e dallo schiamazzo; ed altri gridando silenzio, e non subito secondati, accrescevano lo strepito, che fu grande. Finalmente fattosi silenzio, io parlai, e chiesi qual fosse lo scopo di tanto movimento. Dopo un variare di voci di bisbiglio, tentando io di poter essere ascoltato e non riuscendomi, debole d'altronde di voce per fisica indisposizione, chiesi che alcuno di petto mi avvicinasse, onde portare la parola e dare campo alla persuasione. Il conte Confalonieri, giovane di bel carattere e di talento, mi si avvicinò, e cosí procurato di nuovo il silenzio, si chiese al popolo che dicesse qual fosse il motivo che lo moveva e quale l'intenzione, cosa chiedesse, mentre nello strepito confuso nulla potevasi comprendere. Frattanto io procurava, coi gesti e coll'ilarità del volto, di rendere la calma a quella furibonda massa; finalmente vi fu chi ad alta voce disse volersi sapere cosa aveva decretato il Senato il giorno 17, nel quale si ordinò una Deputazione di alcuni senatori. A questa domanda successe un pieno silenzio, talché io stesso risposi ne' seguenti precisi termini e fui inteso: «Due buone cose ha il Senato decretato, per le quali ha nominata una Deputazione alle Alte Potenze alleate: primo per chiedere non un semplice armistizio, ma una piena cessazione di ostilità.» E qui applausi del popolo; e poi soggiunsi: «Secondo, che sia conservata l'indipendenza dello Stato, con un re indipendente che sia aggradito dalla nazione». Anche a questa seconda parte il popolo applaudi. Aveva il Senato, come si è sopra narrato, aggiunto in quel suo decreto un complimento sulla persona del Principe Eugenio Viceré; ma di questo io non feci parola: il solo accennarlo sarebbe stata imprudenza produttrice di maggior disordine. Calmossi il popolo dopo il riscontro da me dato, e dava segni di quiete, di tal modo che sembrava sciogliersi la turba tranquillamente ragionando sulla rettitudine dell'operato.
Io pertanto, seguito da alcuni impiegati del Senato resi piú calmi e dimesso il timore dal quale erano prima fortemente agitati, discorrendo con essi e con alcuni uffiziali della Guardia nazionale, rimontate le scale e passati i lunghi portici, andai all'aula delle sedute per riferire quant'era accaduto. In questo frattempo convien dire che alcuno dei piú turbolenti spargesse la voce doversi chiedere al Senato la revoca del decreto che aveva ordinata la Deputazione. Sapevasi che questa era partita dirigendosi a Mantova, ove il Principe Viceré aveva il quartiere generale, e ciò affine di avere i necessari passaporti per andare al quartier generale nemico. Ma tanto era il sospetto sparso nel popolo che in modo indiretto si pensasse a porre sul trono il Principe, che rapidamente il popolo passò dalla calma ad assai maggiore tumulto, e dove fino a quell'istante era rimasto nei cortili e ne' portici inferiori, scagliossi con impeto, superando la Guardia nazionale che stava sul limitare della scala, e montato ne' portici superiori, tumultuariamente mormorava doversi assolutamente annullare il decreto che aveva ordinata la Deputazione, tanta era la diffidenza di alcuni capi e la divulgazione sul pericolo di avere un francese in sovrano. Infatti, appena io fui giunto alla porta del Senato, alcuni uffiziali della Guardia nazionale ansanti, sudati e timorosi corsero a me, e mi dissero: «Senatore, noi non possiamo piú contenere l'impeto della moltitudine; bisogna por rimedio tostamente, o non si potrà piú contenere». Fattasi da me quella breve riflessione che le circostanze permettevano, vedendo i capi della Guardia nazionale sbigottiti ed oppressi, gli impiegati pallidi ed ansanti, udito il fermento del popolo poco discosto dal luogo, giudicai non essere piú tempo a deliberare. Entrato pertanto frettolosamente in Senato: «Senatori, dissi, non avete che pochi minuti alla salvezza: decretate tosto il richiamo della Deputazione o siete perduti».
Fattosi un momento di silenzio, né alcuno aprendo bocca, m'inoltrai alla gran tavola del Presidente e vivamente replicai, non esservi tempo da perdere. Rimaneva il Presidente ambiguo, e siccome io, parte per stanchezza, parte per la naturale emozione, non mi ritrovava colla mano abbastanza ferma per iscrivere con celerità, lo che già da qualche anno mi accade, «Almeno, dissi, venga qui e scriva il decreto di richiamo,» e con vari modi andavo instando «scrivete, scrivete». Il vecchio Presidente rimaneva immobile ed irresoluto, i due Segretari tacevano. Mossi pertanto alcuni senatori dalle mie parole e dalla fermezza colla quale io instava, persuasi della necessità di secondare il mio consiglio, levatisi dal loro posto e portatisi alla tavola del Presidente, presero la penna e scrissero il decreto di revoca. Io non saprei indicare chi fossero, e chi primo lo stendesse; ma appena uno fu scritto, che io preso il foglio lo presentai al Presidente. Egli, incerto, sembrava rifiutarsi alla firma, ma io replicai: «Presidente, firmate, non vi è tempo a deliberare, firmate se vi preme la salvezza vostra e del Corpo tutto». La ferma e decisa mia istanza, l'essersi alcuni membri portati al burò presidenziale per stendere il decreto e la generale agitazione lo determinarono a porvi la firma.
Aveva io preveduto la necessità di molte copie del decreto stesso, onde spargerle fra l'insorta moltitudine; quindi dissi ai senatori, ch'erano venuti al burò, di fare delle copie, e ciò pure fu subito fatto. Pochi minuti furono impiegati per le mie istanze alla firma del decreto ed a farne delle copie, tutto essendosi rapidamente eseguito, come le pressanti circostanze richiedevano. Data pertanto la prima carta, non so bene se ad un ufficiale della Guardia nazionale o a qualche commesso del Senato, questi la presentò agli insorgenti. Tale era il tumulto e tanta l'agitazione degli animi che in Senato erano entrati alcuni della Guardia e degli impiegati, né piú si conosceva l'ordine delle sedute.