Io non uscii primo a presentare al popolo il decreto, preferendo rimanere sino a che varie copie fossero fatte. Erano concepite in brevi termini per il richiamo della Deputazione e furono in pochi momenti copiate da quei senatori che eransi presentati per stenderlo. Presa pertanto una copia, mi presentai tosto al popolo tenendo la carta colla mano alzata, onde tutti potessero vederla. Ed in vero se non fosse stato pronto il rimedio al male, il popolo, entrato in Senato, non avrebbe certamente rispettate le persone. E sebbene fossero in maggior pericolo quei senatori che furono colle voci e colle minacce insultati al loro primo ingresso, perché considerati noncuranti dell'opinione pubblica, pure nel tumulto delle offese nessuno poteva lusingarsi di rimanere salvo. L'uniformità dell'abito e la natura degli uomini tumultuanti, parte non milanesi e nel maggior numero della bassa plebe, avrebbe prodotta una generale confusione, né sarebbero stati distinti e rispettati quelli che pur godevano della pubblica opinione. Il minore dei mali sarebbe stato lo spoglio de' ricchi abiti senatorii e di tutto ciò che ornasse ed arricchisse la persona. E ne sia prova quanto avvenne in seguito come narrerò. Il presentare alla massa tumultuante le carte col decreto distribuendole fra essa ed il fermarla nel luogo ove erasi inoltrata, cioè presso la stanza anteriore a quella delle sedute, fu un solo momento. Nemmeno piú s'inoltrò: calmossi il tumultuoso grido, e passando dall'uno all'altro la lettura del decreto, rimase la turba occupata e non minacciosa. In questo frattempo uscirono i senatori dall'aula, e cautamente sfilarono fra la moltitudine per i portici lungo il muro, onde, scese le scale, uscire dal palazzo.

Io rimaneva nel luogo dove aveva mostrato al popolo il decreto, e mi ritrovai al fianco due o tre delle guardie nazionali, fra i quali certo Radaelli fornaio, ed il popolo mi circondava cosí foltamente che appena potevo muovermi. Io esortava con maniere dolci e tranquille alla quiete, quando un uomo di alta statura, il cui aspetto dimostrava non essere milanese ma probabilmente abitatore di qualche luogo del Lago Maggiore, mi si affacciò e disse: «Va bene, ma ora vogliamo Prina». Era il conte senatore Prina ministro della finanza ed in odio alla popolazione, che lo diceva duro nelle sue maniere e troppo zelante nello smungere i privati, onde impinguare il tesoro sempre bisognoso di denaro. Risposi a quella proposizione: «Prina non c'è». Ma quegli, «Evvi, disse, ed io l'ho veduto entrare nel palazzo pel primo». Replicai che Prina non vi era; insistette quelli, ed io soggiunsi: «Come! voi tutti avete tanta bontà e fede in me, poi mi credete capace di mentire? Io vi replico che Prina non c'è e che non è intervenuto».

Aveva il Presidente Veneri nel suo equipaggio qualche cosa di somigliante a quello del senatore ministro Prina, e, da quanto mi fu detto in seguito, la servitú del Presidente, quando il popolo entrò nel cortile, creduta essere quella del conte Prina, fu ingiuriata e maltrattata. Terminato quel breve dialogo fra me e l'incognito, vidi al mio lato destro il conte senatore Thiene, il quale, essendo gottoso ed essendo stato vivamente ingiuriato quando entrò nella porta del palazzo, lentamente si avviava e non senza timore. A tale vista io mi levai dalla moltitudine, che mi circondava, e, presolo sotto braccio, gli dissi: «Venite con me, ed andremo sicuri». Passai seco i portici e lentamente scesi le scale fra mezzo alla folla del popolo, il quale rimase tranquillo, e solo udivasi un moderato bisbiglio, quale suole formarsi ove molti se ne stanno discorrendo di qualche fatto. Scese le scale, fortunatamente la mia carrozza s'inoltrò alla porta grande; ma quale non fu la mia maraviglia all'atto di farvi montare il conte Thiene e di entrarvi io stesso, veggendo in essa, sebbene non fosse che di quelle dette bastardelle, fatta per due o tre persone, tre senatori ivi rifugiatisi. Erano questi i conti Carlotti, Condulmer e Massari. Rimase in sospeso a tal visto il conte Thiene, e non senza timore; ma io presolo sotto braccio ed aiutandolo: «Salite, dissi, che in qualche modo ci entreremo tutti due». Montammo infatti, adagiandoci come potemmo; uscí dal palazzo la carrozza, ed il popolo gridando «Bravo Verri, evviva Verri» seguiva la carrozza correndo. A questa vista mi venne primieramente in pensiero di andare alla casa paterna situata dirimpetto al Monte Napoleone, e però vicina; cosí ordinai al cocchiere, lusingato che, quando fossi in detta casa, il popolo si sarebbe ritirato. Accortomi però subito della falsità di questo consiglio e del pericolo che anzi il popolo entrasse in casa disturbando la domestica tranquillità, mi appigliai a piú savio suggerimento, ed ordinai al cocchiere di andare alla mia abitazione posta in casa Cavenago nella contrada de' Cavenaghi, prendendo la via del Fòro, ed accelerando la corsa entrare nella porta che appunto guarda il Fòro. Cosí fu eseguito, e stancandosi il popolo per l'accelerato corso e per la piú lunga strada, entrai in casa non piú seguitato da alcuno. I senatori, che meco erano, mostravansi sbigottiti assai, ed il conte Carlotti, uomo verboso secondo il costume de' Veneti, ed al cui aspetto ministeriale e personale compostezza nel dire poco corrispondeva la precisione delle idee e la saviezza del consiglio: «Io non so, disse, come mai accada tanto tumulto,» soggiungendo alcune altre parole in dimostrazione della sua maraviglia per ciò che accadeva. Alla quale proposizione io non potei trattenermi, ben conoscendo il soggetto per adulatore, ed illimitato, di chiunque abbia autorità, ed essendo stato informato delle pratiche da lui tenute preventivamente alla seduta del Senato del giorno 17, nella quale fu proposto con tanta irregolarità quel fatale decreto. Era egli fra' pochi Senatori col conte Paradisi di piena intelligenza; aveva scritto un viglietto al conte senatore Luigi Castiglioni, mio nipote, per interessarlo a secondare quello strano progetto di decreto, con tanta oscura irregolarità proposto al Senato. Gli dissi pertanto, non senza molta emozione: «Voi dovete tacere, giacché è noto quanto preventivamente avete fatto, dando mano ad un piano insensato col quale volevasi dal Senato ciò che in nessun modo era ammissibile, proposto in que' termini e tutte nascondendo le circostanze. A questa malaugurata condotta di alcuni pochi debbesi attribuire tutto il disordine». Fu questo mio rimprovero esposto con qualche vivacità, che le circostanze naturalmente eccitavano; ed egli tacque. Giunti in casa, spedirono i senatori, che meco erano, per avere gli abiti di semplici cittadini, i quali giunti, se gl'indossarono e partirono. La servitú di mia casa mi disse che essi erano tremanti e pallidi; io non li vidi in quel frattempo, essendomi io pure ritirato per spogliarmi e vestire il frac, e portarmi subito dal Gran Cancelliere Melzi.

Era egli sdraiato su di una duchesse, incomodato fortemente dalla gotta. Siccome il messaggio al Senato, come dissi, era stato spedito da lui, né il pubblico lo ignorava; cosí egli era esposto alla popolare insurrezione e in grave pericolo. Narratogli pertanto quanto era occorso, egli mostrò qualche disapprovazione sul mio operato, quasi troppo avessi secondata l'indiscreta domanda popolare. Insistendo però io sulla totale mancanza di forza, sulla violenza del popolare fermento e delle palesi minacce, rimaneva egli silenzioso e probabilmente non persuaso. Io però non desistetti, e piú instai molto sul pericolo suo personale, persuadendolo a farsi trasportare altrove; al che egli non volle aderire. E qui non è fuori di proposito rammentare ciò che fu in seguito costantemente detto; cioè che il popolo, partendo dal palazzo del Senato, si rivolgeva verso Porta Nuova, dov'era la casa del Gran Cancelliere Melzi, e che il conte F. Confalonieri, ciò vedendo e ritrovandosi nella folla, gridasse meglio essere dirigersi verso San Fedele, ché ivi era la casa del ministro Prina. Dicesi che a questo detto il popolo, cangiata direzione, si rivolgesse verso San Fedele.

Ma prima di continuare non debbo tacere, ritornando a quanto concerne il Senato, che, partiti i senatori, il popolo entrò tumultuariamente nella sala del Corpo, nella segreteria e nelle altre stanze, tutto guastando, insultando il ritratto di Napoleone, stracciando e trasportando le carte e tutto distruggendo il mobiliare e le finestre e quanto vi si trovava.

Ripiglio ora l'avvenuto presso il Duca di Lodi, Melzi. Mentre io seco dialogava, inutilmente procurando persuaderlo sulla vera natura delle circostanze, furono annunciati due o tre senatori, che, se la memoria di quei tumultuosi e rapidi eventi non mi inganna, erano il conte Cavriani ed il conte Veneri Presidente. Questi, riferendo l'occorso, ed io con essi secondando, tanto dissimo che il Duca di Lodi incominciò a persuadersi essere le cose spinte a tal punto che sommamente interessavano l'attenzione di qualunque non fosse affatto privo di senno. Fra le molte cose parlarono essi del pericolo nel quale era il senatore Prina: il che era confermato da quanto io in proposito aveva di già detto, sulla domanda che di lui erami stata fatta con quelle energiche parole dettemi al Senato: «Va bene, ma noi ora vogliamo Prina». Mosso pertanto il Duca Melzi da quanto udiva, disse che bisognava scrivere subito a Prina un biglietto per avvisarlo di porsi in salvo. Cosí, ma troppo tardi, perché tale era il fatale destino del Regno, quell'ottimo e perspicace uomo incominciò a persuadersi essere la cosa pubblica in grave pericolo. Che se egli mi avesse prestata fede dopo la convocazione del Senato del giorno 17, non avrebbe permessa la seconda del 20 ed avrebbe provveduto alla pubblica sicurezza. Si pensò subito a prevenire il ministro Prina; ma troppo tardi, come si vedrà in seguito.

Partito che fui dal Duca di Lodi e giunto alla mia casa, ritrovai un commesso del giudice di pace Banfi, che mi disse essere quel giudice premuroso di parlarmi e che a momenti sarebbe giunto. Mi trattenni pertanto nel portico senza montare le scale e pochi momenti dopo venne il giudice. Dissemi aver bisogno di me, ed instò perché mi portassi seco alla casa del ministro Prina, ove il popolo si affollava minaccioso. Credeva egli essere questo il solo e piú prudente partito per sedare il tumulto, ragionando su ciò che al Senato era accaduto e supponendo che il popolo non si sarebbe inoltrato di piú quand'io mi fossi presentato. Ma non trovandomi io piú in abito di senatore, ma vestito nel modo consueto e comune, non credetti dovermi esporre con troppa facilità. Instando però egli e dicendo non esservi che io nel quale fondar si potesse la speranza di calma, risposi: «In Senato, appartenendo al Corpo, ho fatto quanto esigeva il dovere di buon cittadino e di zelante magistrato; ma l'inoltrarsi nella folla del popolo in abito comune, poco conosciuto di persona per il genere di vita già da vari anni impostomi dalla sempre debole salute, sarebbe imprudente cosa ed inutile. Pure, disposto a tutto ciò che in qualche modo possa contribuire a togliere i disordini, ella si compiaccia di andare alla casa del Comune qui vicina, e ritorni con due ufficiali della Guardia nazionale, i quali possano ad alta voce dire chi io sia, e tosto verrò». Partí il Banfi pronto a seguire il mio consiglio; poi credette inoltre andare egli stesso al luogo del tumulto, che ritrovò giunto a tal segno da togliere ogni speranza.

Aveva il popolo furiosamente invasa la casa del Ministro ed i piú facinorosi e feroci suoi nemici tanto fecero che lo ritrovarono nascosto e con obbrobrioso vilipendio strascinaronlo per la strada percuotendolo ed ingiuriandolo. Nessuna forza pubblica si oppose a quei forsennati, che pochi soldati a cavallo avrebbero fugati e dispersi. In questo tumultuoso movimento, non so bene in qual modo accadesse, il Ministro fu ricoverato nella bottega o casa di un pizzicagnolo, situata sull'angolo della contrada detta alle Case Rotte, di contro al Gran Teatro e poco discosta dalla casa del Ministro. Ivi si portò il generale conte Pino, il quale, stanco, ansante e malamente sostenendosi della persona avrebbe voluto poter salvarlo, esortando alla calma il popolo; ma quel suo qualunque tentativo fu del tutto inutile. Il popolo frattanto minacciava d'incendiare la casa e tale fu l'impeto e la decisione delle minacce che l'infelice Prina fu abbandonato al popolare furore, dal quale ebbe a soffrire insulti crudeli e percosse di ogni genere. Chiedeva egli pietà, ma sordi erano quelli arrabbiati sicari; chiese pur anche di un confessore, e credo gli fosse concesso; poi cadde vittima dei replicati colpi di bastone, de' pugni e de' colpi delle ombrelle. Fu il suo cadavere strascinato per le pubbliche strade con torce accese ed oltraggiato, poi dalla Guardia nazionale ricoverato nella casa della città detta il Broletto. La celerità e la violenza di quanto seguí in questa orrenda scena sono degne di maraviglia. In brevissimo tempo tutta la sua casa non solo fu saccheggiata e spogliata dei mobili, ma tutta guasta ed in parte distrutta. Le tegole, le ferrate, i sassi che ornavano le finestre non poterono rimanere immuni dalla popolare rabbia e sfrenata rapacità; ed in poco tempo era l'aspetto di quella casa non diverso da quello di una distrutta da forte incendio o da violento terremoto, anzi piú, perché rimasero le finestre spogliate delle ferrate e de' sassi che le ornavano.

Vuole la fama che i principali attori di questo memorando e infelice evento non fossero cittadini milanesi, ma gente del Lago Maggiore, regione nella quale l'infelice Ministro avea molta corrispondenza. E serva questa popolare malvagità a dimostrare qual via di mezzo debbasi seguire dai grandi magistrati, allorché il popolo gli si rende avverso; imperocché, se la viltà d'animo nell'adempire ai doveri della carica è biasimevole e degna di sommo rimprovero, non lo è meno, né meno pericoloso, il troppo disprezzare la pubblica opinione. Non ignorava il Ministro ciò che di lui si dicesse e si opinasse, ma egli imprudentemente dispregiando il pubblico clamore andava per la città a cavallo, come se nulla vi fosse a temere, onde molti ciò riguardavano quale ingiurioso insulto. E tanto piú perché era noto, e molti ne parlavano ne' pubblici caffè, essere egli stato da alcuni giovani minacciato in queste sue cavalcate. Narrossi che alcuni di questi, seguendolo da vicino e mostrando discorrere fra loro, si esprimessero in termini ben chiari e con voce spiegata, essere ormai giunto il tempo di disfarsi dei cattivi ministri, privandoli di vita. Ma l'avverso destino, che tutto combinava alla distruzione del Regno ed alla ruina della capitale, volle anche offendere questa nella fama. Imperocché mentre la popolazione milanese erasi sempre meritata e goduta l'opinione di saviezza e di bontà, fu essa deturpata da quella feroce tragedia, alla quale troppo imprudentemente si espose quell'infelice, e col suo contegno in pubblico e coll'essersi rifiutato in quello stesso giorno alla fuga apparecchiatagli da' suoi benevoli, che inutilmente lo esortavano pochi istanti prima dell'accaduto a fuggire con una vettura che già avevano pronta.

Grande era il fermento nella città; ed il popolo tumultuante, colla plebe avida di tumulto e di saccheggio, minacciava grandi disastri. Unissi pertanto presso il podestà, che era il conte Antonio Durini, il Consiglio municipale, il quale determinò doversi fare un Governo provvisorio e doversi invitare l'unione de' Collegi elettorali, i quali pensassero a richiamare la calma con piena autorità. Questo era il solo mezzo che rimanesse, piú non v'essendo chi rappresentasse il Governo. Il Principe Viceré era a Mantova coll'armata; il Ministro dell'Interno, partito per quella città quando intese ciò che accadeva intorno alla casa del Ministro Prina; nessuna forza militare che bastasse all'intento; il Senato, dopo ciò che era seguíto e dopo il sacco della sua residenza, nulla poteva, e non sarebbe stato opportuno. Sette onesti cittadini furono pertanto nominati dal Consiglio comunale per formare una Reggenza di Governo composta di persone che o per qualità di nascita o per esperienza negli affari avessero favorevole la pubblica opinione ed accetti al pubblico. Furono questi il conte Giberto Borromeo, conte Alberto Litta, conte Giulini figlio, Bazzetta consigliere, conte Mellerio, conte generale Pino, ed io con essi.