Grande fu la sorpresa del Senato alla lettura di questo messaggio, col quale, tacendosi gli eventi accaduti in Mantova ed a Parigi, si vedeva invitato a cangiare il Sovrano. E veramente in quell'epoca destinata a tanti cangiamenti, si sono commessi errori politici da tutte le parti, e anche da chi aveva dati non piccoli saggi di esperimentata prudenza e saviezza; come si vede dall'irregolare, imprudentissimo messaggio del Duca di Lodi al Senato, e come meglio apparirà considerando gli effetti degli opposti partiti, dei quali l'uno fu tanto imprudente da muovere la plebe contro il Senato, e l'altro non seppe, con opportuni modi, operare in favore dell'indipendenza dello Stato. Cosí avvenne in Roma per la dissensione fra la nobiltà e la plebe, allorché odiando quella la facoltà tribunizia e questa la consolare, si crearono i Decemviri; imperocché in quella straordinaria circostanza gravi errori commisero il Senato, la plebe e i Decemviri.

Fatta al Senato la proposizione, io voleva chiedere la parola; ma il senatore Guicciardi mi prevenne e fece una mozione d'ordine, chiedendo come il signor presidente avesse convocato il Senato in seduta straordinaria, la quale non poteva farsi senza un decreto del Principe. Parmi che il presidente rispondesse che il Duca di Lodi, guardasigilli, era autorizzato e che le circostanze lo esigevano; ma quali fossero quelle circostanze ignoravasi dal Senato. Chiesi, dopo Guicciardi, la parola; ma sedendo io nel rango superiore, poiché le sedie stavano in due giri, l'uno piú alto dell'altro, il senatore Dandolo, che era appunto sotto di me nel circolo inferiore, si alzò e parlò con molta eloquenza e saviezza, ragionando sulle tante incongruenze, che di sua natura offriva quello strano progetto appoggiato a nessuna positiva notizia e solo in generale alle urgenti circostanze.

Dopo il conte Dandolo, chiesi la parola e mi limitai a poche domande: chiesi pertanto se l'imperatore Napoleone viveva o no, poiché le voci plateali ed il messaggio stesso davano luogo a supporlo morto; se, qualora fosse morto, non esistesse il figlio, re di Roma; se, vivo, Napoleone avesse abdicata la corona per sé e per la discendenza sua, senza di che il Senato si renderebbe colpevole di fellonia e di ribellione. Insorta cosí una viva discussione, voleva il presidente che senz'altro si adottasse il progetto di decreto; ma il Senato, per quanto mi sovviene, sulla ferma proposizione di Dandolo determinò che il progetto di decreto proposto al Senato fosse esaminato da una commissione, che ne facesse rapporto nello stesso giorno: la seduta fu dichiarata permanente. Fattosi lo scrutinio, furono nominati per la commissione Guicciardi, Bologna, Castiglioni, Dandolo, Cavriani, Verri e Costabili.

Rimaneva però sempre il dubbio con quale autorità legale vi fosse stata quella straordinaria convocazione; onde il Senato delegò Guicciardi, Dandolo e Verri, perché tosto si portassero personalmente dal Duca di Lodi per intendere da lui le facoltà che avesse, e se vi fosse un armistizio fra il Principe Eugenio e l'armata nemica, poiché il ministro Vaccari, mentre il Senato discuteva sull'interessante oggetto, accennò che si era fatto un armistizio. È da sapersi che i ministri potevano intervenire alle adunanze del Senato quando pure non fossero senatori, ed in quell'occasione i ministri Vaccari dell'interno e Luosi della giustizia, che certamente erano al fatto e consci di tutto, intervennero. Anzi si poté sapere in seguito, e la condotta loro lo confermò, che Vaccari singolarmente ed alcuni senatori, cioè Prina, Paradisi e Carlotti, avevano avuta parte nel formare un cosí strano e assurdo progetto, o per lo meno ne erano prevenuti; progetto che per le sue incongruenze appena sembra credibile. Né fu poca la maraviglia mia e di altri estimatori ed amici del Duca di Lodi, nel vedere che egli approvasse e potesse secondare e dar mano a tanta assurdità. E tale fu la sorpresa nostra che io, sull'istanza che alcuni mi fecero, mi portai al gran tavolo ove sedeva il presidente co' segretari, e chiesi di vedere la firma del Duca di Lodi, dubitando di qualche sorpresa; tanto era lo stupore. Esaminata la firma, vi trovai sottoscritto il Segretario Villa per espressa commissione di S. E. il Duca di Lodi impedito dalla gotta; ed il carattere era del Villa, a me notissimo.

Eseguendo la commissione del Senato andai subito co' senatori Guicciardi e Dandolo dal Duca Melzi, il quale ci partecipò l'armistizio, l'abdicazione di Napoleone e l'autorità a lui concessa per le occasioni straordinarie che potessero occorrere essendo assente il Viceré. Non è fuori di proposito di osservare che il Senato fu convocato in questo giorno 17 marzo, ad un'ora dopo mezzogiorno; che l'invito fu diramato il giorno antecedente e che l'armistizio suddetto non fu notificato che un'ora appunto dopo mezzogiorno del 17 istesso; come risulta dalla stampa pubblicatasi in Mantova, la quale incomincia, ecc.[37]

Ritornati noi al Senato, dopo lunga discussione, dichiarata permanente la seduta, partiti i senatori, rimanemmo noi sette delegati per esaminare e modificare il progetto di decreto stato proposto. Nessuna difficoltà si trovò nella forma dei due primi articoli del decreto, i quali furono facilmente tra noi ad unanimità di parere combinati, cioè:

1º Per l'invio di una Deputazione di tre senatori al quartiere generale delle Potenze alleate, onde supplicarle, in conformità de' liberali principî da esse pubblicati, non solo a sospendere, ma a cessare dalle ostilità e conservare il Regno con un sovrano indipendente.

2º Per la immediata convocazione dei Collegi elettorali.

Ma molte e gravi difficoltà insorsero nel combinare, ciò che riguardava il Principe viceré. Trattavasi, nel primo progetto di decreto presentato al Senato, di un elogio del Principe da farsi alle Alte Potenze alleate, e di tal natura che sembrava indicarsi il vóto della nazione per averlo in sovrano. Ma il Senato non poteva parlare in nome della nazione, non avendone la rappresentanza, e questa dovevasi considerare, in quelle circostanze singolarmente, come riposta ne' soli Collegi elettorali; al che si aggiungeva il fermento generale del popolo contro il Governo francese e le fatali declamazioni contro il Principe. Egli è ben chiara cosa che l'interesse personale dei senatori e fors'anche il vero interesse della nazione ottimamente combinavano colla nomina del Principe Eugenio in sovrano. Ed in quanto a me lo avrei bramato assai, onde, parlando in Senato, dissi: nessuno piú di me essere riconoscente e per dovere essere a lui affezionato; ma che sfortunatamente l'opinione generale da qualche tempo erasi cosí cangiata riguardo al Principe che pericolosa cosa sembravami il proporlo ed anche l'insinuarlo come bramato dalla nazione. Il fatto provò quanto fosse fondato il timor mio, come si vedrà nel seguito di questa relazione. Quindi, dopo tentati tutti i mezzi fra noi sette delegati alla riforma ed all'esame del progetto, né ritrovando il modo di formare il terzo ed ultimo articolo, combinando i nostri privati sentimenti colle sfavorevoli circostanze della generale opinione e col moto che scorgevasi nella città contro il Principe ed i Francesi, si stese un articolo nel quale il Senato esprimeva la sua riconoscenza verso il Principe. Nessuno di noi era contento di quel troppo semplice articolo e troppo meschine espressioni; ma che potevasi fare, quando il dire di piú esponeva il Senato al furore del popolo e la nazione ad una rivolta? Noi fummo occupati tutto il rimanente del giorno, studiandoci di trovare una piú onesta uscita; ma non ci fu possibile immaginarla.

Unitosi pertanto di nuovo il Senato la sera e montato alla tribuna il conte Dandolo, fece al Senato a nome della commissione formale rapporto e propose la riforma del decreto alla sanzione dei senatori. Qui grande discussione insorse: molto parlò il senatore Paradisi e con lui il senatore Prina, tentando con mille ragionamenti d'indurre il Senato a determinazioni piú analoghe al primo progetto; ma inutili furono i loro sforzi, persistendo il Senato nell'opinione della commissione. Sarebbe troppo lungo il riferire quanto fu detto; né io ora saprei colla necessaria esattezza narrare tutto l'occorso. Basterà pertanto il dire che il Senato passò alla nomina di tre individui da spedirsi in commissione alle Alte Potenze alleate, e furono nominati Guicciardi, Testi e Castiglioni. Io ero stato interpellato da Guicciardi, se potessi esporre la mia debole salute per la patria accettando di essere della commissione, ma risposi che sarei sicuramente rimasto ammalato in cammino; e troppa infatti era la debolezza mia fisica per età non solo, ma per convalescenza di malattia di petto.