Mentre queste cose in Senato non senza vivacità si discutevano, quando si pervenne alla lettura del terzo articolo il ministro Vaccari, spinto dall'attaccamento suo al Principe, e poco o nulla ragionando sulle circostanze, alzatosi dalla sedia, disse: «Oh, questo poi è troppo, ed è un insulto, poiché appena è detto ciò che si direbbe ad un subalterno che cessa dal servizio». Che poco fosse il complimento ciascun di noi, con vero dispiacere, lo sentiva; ma come porvi rimedio? Questa mossa però del ministro Vaccari fece sí che alcuni senatori studiarono stendere in piú onesta maniera l'articolo; ma in fatto sempre insorgeva la terribile difficoltà che in nome della nazione il Senato non poteva parlare e che qualunque elogio fatto al Viceré, il quale potesse dare idea alle Potenze alleate che il Principe fosse bramato in sovrano, incorreva nella fatale contrarietà della fermentante opinione del popolo, con grave pericolo del Senato e della pubblica quiete. Dopo vari tentativi fu letto un articolo, che parmi fosse scritto dal senatore conte Mengotti, nel quale si stabiliva che fossero fatti i dovuti ringraziamenti al Principe per l'ottima sua amministrazione; fosse a lui partecipata la riconoscenza e l'affezione del Senato, con alcune altre espressioni atte a dare favorevole opinione del Principe, che ora bene non saprei risovvenirmi. Fu quell'articolo adottato per istanchezza piuttosto che per persuasione in modo tumultuario, essendosi alzati i senatori ed essendo inoltrata la notte.
Aveva il conte Testi, nominato tra i delegati alle Alte Potenze alleate, dichiarata l'impossibilità di aderire alla propria partenza, adducendo il fisico incomodo che tuttora aveva negli occhi, incomodo che realmente sussisteva e non di poca conseguenza. Stette egli fermo nell'iscusarsi, e il Senato a tenore del suo decreto doveva supplire con altra nomina, onde tre fossero gli ambasciatori; ma il presidente, non avuto riguardo a questa circostanza, dichiarò sciolta la seduta: e sebbene io gli dicessi che ciò era irregolare e che la rinuncia del conte Testi esigeva un supplemento, egli rispose con qualche impazienza che la seduta era sciolta e che usava l'autorità della quale era investito. Fu la fine di questa seduta irregolare, e priva d'ordine, come spesso accade nelle assemblee quando gli animi sono stanchi; e mentre il senatore Paradisi, che molto aveva parlato in sentenza contraria alla generale opinione del Senato, se ne uscí frettolosamente col senatore Carlotti e mentre gli altri alzatisi dalle sedie si frammischiavano nella sala per partire, il ministro Vaccari disse che «la deputazione doveva prendere la strada di Mantova e presentarsi al Principe Eugenio prima di portarsi al quartiere generale delle Potenze.» D'onde nacque in molti non poca meraviglia come ciò si dicesse da un ministro, che niuna autorità aveva sopra il Senato, e lo dicesse dopo levata la seduta.
Guicciardi e Castiglioni, prese le istruzioni dal Duca di Lodi per il modo di seguire l'ambasciata, partirono per Mantova, e Castiglioni partí, per la insinuazione degli amici e non senza difficoltà. Portatisi a Mantova, ritornarono in Milano senza effettuare la commissione; e non essendomi ben noto ciò che in Mantova è avvenuto, mi riservo informarmene dai delegati medesimi ed aggiungerne le relazioni.
Mentre il Senato sedeva, in tutto quel giorno il partito contrario al Governo non rimase ozioso, e nella città cresceva il fermento. La sera tale era la vivacità dell'opposizione che nel gran teatro della Scala fu proposto di andare al Senato ed ivi manifestare l'opinione del popolo e costringere il Senato a dimettere qualunque idea che tendesse ad avere il Principe Eugenio in sovrano. Ma, fosse per caso o per arte di un commesso della Polizia come fu detto, sparsasi nella platea del teatro la voce che il Senato era sciolto ed i senatori partiti, fortunatamente il progetto non ebbe effetto. Che se il popolo occupava di notte il Senato, questa infelice città avrebbe sofferta una terribile calamità, ed i senatori non avrebbero potuto salvarsi, tanta era l'animosità del partito che divulgava volere il Senato il Principe in sovrano e tanta l'avversione popolare. Mosso il popolo e mossa di notte la plebaglia, i cattivi, per vendetta di parte e per avidità di saccheggio, avrebbero posta la città tutta in un vero caos di disordini e di crudeltà.
La mattina del giorno 18 andai a fare un piccolo passeggio verso Porta Orientale, e passai lungo la corsía de' Servi: la sera mi fu detto, non essere io stato riconosciuto da quelli che si trovavano alla bottega di caffè, se non quando la aveva oltrepassata, e che n'ebbero dispiacere, perché riconoscendomi prima m'avrebbero fatto applauso. In quello e nel seguente giorno 19 sempre crebbero i discorsi pubblici, l'incertezza delle cose politiche, l'avversione ai Francesi: lo spirito di partito agitava tutte le menti. Varie persone vennero da me, colle quali io procurava d'insinuare la quiete, assicurandole che il Senato nulla aveva fatto che si opponesse al bene generale e che la risoluzione presa era savia e prudente. Non mancò chi voleva la mia firma ad una carta rivoluzionaria, firma alla quale mi rifiutai, esortando chi la propose che considerasse a quante calamità esponesse lo Stato ed a quanti pericoli sé medesimo.
E qui piacemi narrare un fatto che può divertire il lettore. Una mattina, non so se il giorno 18 o 19, mentre secondo il mio consueto me ne stavo a letto scrivendo, il cameriere mi annunziò esservi una signora che bramava parlarmi. Entrata ed avvicinatasi al letto, m'abbracciò e baciommi. Era donna di mezza età e di condizione civile. Sorpreso da questo singolare tratto, sorridendo le chiesi quale mai fosse il motivo di tanta tenerezza con me, mentr'io non aveva l'onore di conoscerla. Al che ella rispose che il carattere da me spiegato in Senato aveva eccitato il piú vivo sentimento di stima e di affezione in tutti; che essa si trovava in casa con vari amici e che mentre parlavano di me con lode, essa disse che volentieri m'avrebbe dato un bacio; e che applaudendo quelli alla proposizione si determinò ad eseguirla. Fatti alcuni vicendevoli complimenti e manifestata la sorpresa mia, poiché non aveva fatto se non ciò che il dovere e le circostanze esigevano e che altri pure in Senato aveva fatto, dopo breve dialogo partí. Seppi da essa il suo nome, ed essere moglie di un viceprefetto, e che alloggiava in casa Serbelloni ai Servi, ma non mi sovviene né il nome, né la viceprefettura; né piú la vidi, sebbene fosse mia intenzione di farle una visita, che le mie successive occupazioni non mi hanno poi permesso.
Le pubbliche voci, ciò che da varie persone mi fu detto del malcontento generale, il fermento nella platea del gran teatro della Scala, ove vi fu chi propose la sera di lasciare il teatro e portarsi tumultuarii avanti al Senato, come già dissi, e varie altre circostanze presagivano un generale turbamento; ond'io, sebbene vivessi già da qualche tempo quasi privatamente attendendo alla mia sempre incerta salute, e poco anzi frequentassi il Senato stesso, deliberai portarmi dal conte Melzi Duca di Lodi, per informarlo del pericolo in cui trovavasi la città e lo Stato. E sebbene già da molto tempo fosse egli obbligato dalla gotta, che abitualmente lo affliggeva, a dimorare in casa, era però il primo fra i Magistrati, essendo Cancelliere Guardasigilli del Regno, rispettato dal Viceré, ed in diretta corrispondenza con Napoleone; sicché, assente il Viceré, doveva considerarsi la prima persona del Governo. Melzi era stato vicepresidente della Repubblica Italiana, nella quale coi suoi distinti talenti, colla grandezza del pensare, colla somma probità e con idee liberali confermò quell'alta opinione che tutti i buoni avevano di lui. Presiedeva il Consiglio dei ministri ed a lui era affidata l'alta polizia nell'assenza del Principe. Mosso io pertanto dal desiderio di liberare la mia patria dallo sconvolgimento, che tutto presagiva, tutto a lui esposi; ma, per quanto dicessi, non mi riuscí persuaderlo dell'imminente pericolo. Non lasciai di fargli osservare aver egli sempre in me considerata certa tranquillità di carattere e nessuna tendenza di troppo mobile immaginazione, onde pur si persuadesse che non esagerate ma veritiere erano le circostanze tutte ch'io gli riferiva, e che, malgrado l'indole mia né esagerata, né timida, io non poteva se non considerare la città, il Senato, il Governo in grave pericolo.
Ma o fosse che la lunga malattia di gotta avesse in lui diminuita la forza delle intellettuali facoltà, o fosse egli male assistito dal magistrato di Polizia, come poi seppi da lui stesso, o non conoscesse l'opinione pubblica per il suo genere di vita affatto domestico, non vedendo che pochissimi amici e parenti, furono inutili tutte le mie parole. Fu questa la prima volta che egli non poté accostarsi alla mia opinione, e non senza mia gran maraviglia, imperocché come prefetto e consigliere di Stato ebbi sempre piú felice sorte. Quanto io gli andavo dicendo colla maggior forza di ragionamento, tutto fu inutile a porlo in diffidenza. Cosí sembra che il destino combinasse tutti gli elementi al fatale sconvolgimento dello Stato, accecando anche le menti de' piú illuminati e zelanti: di tale accecamento si scorgeranno le prove in tutto ciò che sono per dire, giacché il tutto forma un complesso di errori politici e governativi, altrettanto strano quanto fatale.
Trascorsero cosí i giorni 18 e 19 aprile, nei quali le private società non s'occuparono d'altro che di ragionare sulle circostanze dell'Impero francese e del Regno d'Italia, e tutte si posero in moto le passioni dirette da vari ed opposti interessi. Molti, come suole accadere, speravano cangiando governo. La coscrizione militare spinta agli estremi, il timore di perdere nelle persone impiegate, la gravezza delle imposte, la lusinga di sorgere dalla dimenticanza nella quale molti nobili si trovavano sotto il dominio di Napoleone, l'attaccamento dei piú vecchi fra questi avversissimi ai Francesi e che molto speravano dagli Austriaci, ponendo in moto gli animi li agitava; e ciascuno agiva e si offriva pronto ad agire secondo le particolari sue mire ed il proprio interesse. Ma il partito che sembra avere in fatti influito allo sconvolgimento è quello dei vecchi nobili. Questi, dei quali potrei nominare alcuni, a quanto pare servendosi dell'autorità loro fondata sull'età e sulla nobiltà del sangue, approfittando della facile mobilità di alcuni giovani e della loro irritabile animosità, riscaldati gli animi hanno secondato o fatto nascere espressamente il progetto di portarsi al Senato nella prima seduta e di esprimere popolarmente il voto contrario al Governo francese. Ma quando pur voglia supporsi che retta nei principî fosse l'intenzione di un tale progetto, non era però fondata su principî di prudenza né di saggia previdenza, coi quali sarebbesi dovuto riflettere quanto facile cosa sia il porre in moto la plebe e quanto poi difficile il reprimerla nei suoi eccessi. Giovani erano questi primi motori e delle cose pubbliche inesperti, e forse furono essi medesimi maravigliati di un esito cosí inaspettato e pericoloso. Né sarebbesi da essi saputo frenare quel moto a cui diedero principio, né evitare i terribili mali di un generale saccheggio, al quale essi imprudentemente avevano aperta la strada.
Era la sera del giorno 19, quand'io secondo il consueto me ne stava in casa colla società degli amici e parenti, allorché ricevetti la solita lettera d'invito al Senato per il giorno seguente. Aveva il Senato due sedute fisse in ciascun mese, cioè il 10 e il 20. Cosí anche in quelle tumultuose circostanze il Presidente fece spedire l'invito come cosa regolare e di pratica. E qui pure veggonsi i gravi errori politici e amministrativi. Era notorio il fermento pubblico, era generale il malcontento; nessuno ignorava che la sera del 17 nel teatro della Scala fuvvi chi propose, come si è detto piú sopra, di andare tumultuariamente al Senato per costringerlo a non secondare il progetto favorevole al Principe Eugenio. La seduta del Senato era di mera formalità per essere il 20 del mese, e non eravi alcun affare interessante e nessuna forza che assicurasse la tranquillità della seduta. Letta la lettera, tutti quelli della società, singolarmente in vista della debole salute in cui mi trovava per la sofferta malattia di petto, mi persuadevano a non espormi alla necessaria mutazione di vestito ed al diverso ambiente delle stanze. Grato all'interesse degli amici, fermo in me stesso d'intervenire alla seduta, risposi che mi sarei determinato secondo mi ritrovassi di salute nella mattina seguente.