— «Le conosco.» —
— «Allora da Melito piega a levante, verso Citera. Se gli Dei sono propizi getterò àncora solo nella baia di Antimona. Il tuo compito è importante, e io mi fido di te.» —
Un uomo prudente era Arrio; e mentre arricchiva gli altari di Anzio e Preneste, stimava che il favore della Dea bendata dipendesse più dal giudizio e dalla cura del fedele che dai proprî doni votivi. Tutta notte, quale anfitrione della cena, egli aveva banchettato e giocato, ma l'odore del mare gli fece rinascere l'istinto e l'abitudine del marinaio, e non volle riposare finchè non conoscesse perfettamente la sua nave. La scienza nulla abbandona al caso. Avendo principiato col capo dei vogatori, e col pilota, in compagnia degli altri ufficiali, cioè il comandante della truppa, il custode dei viveri, il capo delle macchine, il sopraintendente delle cucine e dei fuochi, visitò i varî quartieri della nave. Nulla sfuggiva alla sua ispezione. Quando ebbe terminato, egli solo di tutta la piccola società chiusa fra quelle anguste mura di legno, conosceva a puntino tutta la potenzialità della nave, le sue provvigioni, le sue eventuali risorse in guerra. Non gli mancava che la conoscenza esatta dell'equipaggio sotto il suo comando, la parte più delicata e difficile del suo compito.
A mezzogiorno la galera si trovava all'altezza di Pesto. Il vento continuava a soffiare da occidente, gonfiando le vele ed aiutando materialmente i rematori. Le sentinelle erano state poste sopra coperta. L'altare sul ponte di trinchetto era stato cosparso di sale e di avena; davanti ad esso il tribuno aveva alzate preghiere solenni a Giove, a Nettuno, e a tutte le Oceanine, confermando i suoi voti con vino ed incenso. Ed ora, per meglio studiare i suoi uomini, sedeva nella sua grande cabina.
Questa cabina si trovava nel mezzo della galera, e misurava settantacinque piedi di lunghezza per trenta di larghezza. Era illuminata da tre ampi boccaporti, sostenuta da una doppia fila di vigorosi puntelli, nel centro dei quali appariva l'albero della nave, tutto adorno di ascie, lancie e giavellotti. A ciascun boccaporto si accedeva da due scale mobili, che erano allora sollevate e fissate al soffitto.
Questo era il centro della nave, il ritrovo comune di tutto l'equipaggio, la sala da pranzo, il dormitorio, il campo d'esercitazione e il luogo di riposo e di recreazione in quanto questa era permessa dalla dura e implacabile disciplina di bordo.
In fondo alla cabina si trovava una piattaforma alla quale conducevano parecchi gradini. Su questa sedeva il capo dei rematori, che aveva dinanzi a sè un tavolo sonoro sul quale batteva il tempo con un martello di bronzo, e, a sinistra una clessidra, od orologio ad acqua, per distribuire le ore di lavoro e stabilire i cambi. Sopra di lui, su un'altra piattaforma ancora più rialzata, protetta da una ringhiera dorata, era il quartiere del tribuno, fornito di un letto, un tavolo, una cathedra, o scranna bene imbottita, il tutto di squisita e ricca eleganza.
Seduto comodamente in questa poltrona, cullato dal rullìo uniforme della nave, il mantello militare negligentemente gettato sopra una spalla, e colla spada al fianco, Arrio osservava con occhio vigile il suo equipaggio, e ne era con uguale attenzione osservato. L'occhio critico di lui abbracciava ogni cosa, ma con maggiore insistenza si posava sopra i rematori. I lettori avrebbero fatto lo stesso; soltanto che nel loro interessamento ci sarebbe stata della simpatia e della compassione; mentre il pensiero del tribuno li considerava soltanto come ingranaggi importanti della grande macchina alla quale era preposto.
Lo spettacolo era abbastanza semplice. Lungo i lati della cabina, fisso al pavimento della nave, correva ciò che a prima vista sembrava una triplice fila di banchi; un esame più attento rilevava invece molte serie di sedili, in ciascuna delle quali il secondo sedile era posteriore e più alto del primo, il terzo posteriore e più alto del secondo. Per collocare i sessanta rematori di ciascun lato, lo spazio ad essi destinato era diviso in venti banchi ad un intervallo di un metro l'uno dall'altro. Questa disposizione dava ampio spazio ai rematori che dovevano prendere il tempo l'uno dagli altri come una schiera di soldati marcianti con passo cadenzato in fila serrata. Questa disposizione permetteva ancora un eventuale aumento dei sedili, limitati soltanto dalla lunghezza della galera.
Quanto ai rematori, quelli del primo e secondo sedile, erano seduti, quelli del terzo, dovendo maneggiare remi più lunghi, stavano in piedi. I remi avevano all'impugnatura contrappesi di piombo, ed erano appesi a correggie mobili, che rendevano possibili i più delicati movimenti, ma, d'altra parte, richiedevano una abilità maggiore, perchè una ondata violenta da un momento all'altro poteva cogliere il rematore sbadato e scaraventarlo dal suo sedile. Dalle finestre entrava aria in abbondanza, mentre la luce pioveva attraverso il graticcio che costituiva il pavimento del passaggio tra il ponte e i baluardi laterali. Sotto alcuni riguardi dunque la condizione di questi uomini non poteva dirsi cattiva. Ma non dobbiamo per questo credere che fosse una vita di piacere. Era loro interdetto di parlarsi. Giorno e notte occupavano i proprî posti senza scambiarsi una parola, senza vedere i volti dei vicini. I brevi momenti di intervallo erano dati al sonno, o al cibo. Non ridevano mai; nessuno li aveva sentiti cantare. La vita di quei miserabili era come un fiume sotterraneo che muova lentamente, a fatica, verso una foce ignota.