— «Se io fossi sul ponte quando egli ritorna al lavoro» — disse, — «mandalo a me. Venga solo.» —
Due ore dopo Arrio si trovava sotto l'aplustre della galera, nella condizione d'animo di chi, sentendosi trascinato rapidamente verso un evento importante, non può far nulla fuorchè aspettare, condizione d'animo in cui la filosofia investe l'uomo di quella calma ed indifferenza di cui ha tanto bisogno. Il pilota teneva in mano le corde che governavano le due ruote del timone, una a ciascun fianco della nave. Alcuni marinai dormivano all'ombra che proiettava la vela, e in alto, sopra l'antenna, vigilava una sentinella. Alzando gli occhi dall'orologio a sole fisso sotto l'apalustre, che serviva a indirizzare il corso della nave, Arrio vide avvicinarsi il rematore.
— «Il capo ti chiama il nobile Arrio, e mi disse che tu hai chiesto di me. Son venuto.» —
Arrio esaminò la figura, alta muscolosa, colorita dal sole e dal sangue che tumultuava impetuoso nelle vene, la guardò con ammirazione, pensando all'arena; ma il portamento e la voce non rimasero senza un certo effetto. La voce rivelava una vita trascorsa in un ambiente elevato e fine; gli occhi erano chiari ed aperti, più curiosi che fieri, e allo sguardo sapiente, scrutatore, imperioso, del tribuno, non's'abbassarono nè mostrarono alcun segno di vergogna, d'ira o di minaccia. Come tacito riconoscimento dell impressione favorevole in lui prodotta, il Romano parlò non come padrone a schiavo, ma come uomo più vecchio ad uno più giovane.
— «L'hortator mi dice che tu sei il suo miglior rematore.» —
— «L'hortator è molto buono» — rispose il forzato.
— «Hai servito a lungo?» —
— «Quasi tre anni.» —
— «Ai remi?» —
— «Non mi rammento un giorno di interruzione.» —