L'interno era semplicemente quello d'un vasto deposito, diviso in riparti ove in buon ordine merci d'ogni genere si trovavano immagazzinate. Quantunque la luce fosse fioca e l'aria soffocante, vi si lavorava alacremente, e qua e là scorgevansi operai con seghe e martelli occupati a preparare casse d'imballaggio. Egli seguì lentamente una specie di sentiero attraverso i cumuli di merci, chiedendo a sè stesso se veramente l'uomo, del cui genio vedeva intorno a sè tante prove, era mai stato lo schiavo di suo padre: se sì, a qual classe egli aveva appartenuto? Se Israelita, era egli figlio d'un servo? Forse un debitore o figlio d'un debitore? ovvero sarebbe egli mai stato condannato e venduto per furto? Questi pensieri, che gli attraversavano la mente non scemarono — forse sembrerà strano — menomamente il rispetto e l'ammirazione che sentiva crescere in sè pel negoziante.

Un uomo gli venne incontro e gli chiese:

— «Che cosa desiderate?» —

— «Vorrei parlare con Simonide, il negoziante.» —

— «Favorite da questa parte.» —

Percorrendo parecchi vani, lasciati sgombri dalle casse o dalle balle di mercanzia, arrivarono ai piedi di una scala, che li condusse sopra il tetto del magazzeno. Ad un lato di questo sorgeva l'abitazione di Simonide, un ampio fabbricato dal tetto pure terminante a terrazza, dall'ampio cornicione del quale Ben Hur vide con sorpresa pendere fiori ed arbusti bellissimi. Anche il terrazzo del magazzeno era ordinato a giardino, adorno di cespugli di rose persiane, delle quali Ben Hur aspirava con voluttà il dolcissimo profumo. Entrati nella casa e passato una specie di corridoio, tenuto in semi-oscurità, si arrestarono davanti ad una cortina in parte sollevata, mentre la guida annunziò ad alta voce:

— «Un forestiero che vuol vedere il padrone.» —

Una voce limpida rispose:

— «Lasciatelo entrare, in nome di Dio.» —

Il locale in cui Ben Hur entrò sarebbe stato chiamato atrium da un Romano. Le pareti erano rivestite di tavolati di legno, da cui sporgevano scaffali e riparti, come si usano ancor oggi nelle case di commercio, ripieni di fogli polverosi ed ingialliti dal tempo. Al di sopra e al di sotto dei tavolati, correvano eleganti cornici di legno, in origine bianche, ora brune e polite. Il soffitto era a volta, con una cupola centrale ricoperta da centinaia di lastre di mica violacea, che diffondeva una luce deliziosamente tranquilla per tutta la stanza. Il pavimento era coperto da tappeti grigi, dal pelo così lungo e morbido che i piedi vi si sprofondavano e il rumore dei passi era inavvertibile. In mezzo alla camera, rischiarate da quella luce calma, stavano due persone; un uomo seduto in un seggiolone dallo schienale alto e foderato da soffici cuscini; alla sua destra, appoggiata alla seggiola, una fanciulla nella primavera della età. Alla loro vista Ben Hur sentì il sangue martellargli le tempie ed arrossirgli le gote. Si inchinò, parte per rispetto, parte per guadagnar tempo. Così facendo vide un gesto di sorpresa dell'individuo seduto, e un tremito che al suo apparire ne scosse la persona. Quando Ben Hur rialzò il capo, questi segni di emozione erano spariti, e l'unico cambiamento del quadro dinanzi a sè era avvenuto nell'atteggiamento della giovinetta, che ora teneva la mano appoggiata leggermente alla spalla del vecchio. Entrambi lo guardavano attentamente.