— «E accompagni voi pure.» —
Così dicendo si separarono.
Due facchini portanti il bagaglio di Ben Hur ricevettero da questi i suoi ordini.
— «Alla cittadella» — esclamò, e quest'indirizzo dava a supporre che egli avesse relazioni militari.
Due grandi vie intersecantisi ad angoli retti dividevano la città in quartieri. Un curioso ed immenso edificio, detto il Ninfeo, sorgeva a capo della via che correva da nord a sud. I facchini lo precedettero camminando alacremente. Quantunque il nuovo arrivato giungesse da Roma, rimase sbalordito alla vista della magnificenza di quella strada. Dall'un lato e dall'altro sorgevano palazzi, e nel mezzo stendevansi doppî colonnati di marmo, con divisioni speciali pel passaggio di pedoni, animali e cocchi; alberi frondosi, fontane a getto continuo, rinfrescavano l'aria. Ben Hur non era in vena di apprezzare pienamente quello spettacolo. La storia di Simonide non gli dava pace. Giunto all'Onfalo — monumento a quattro arcate larghe come le stesse vie, superbamente illustrate da bassorilievi, erette, ed a sè stesso dedicate da Epifane, ottavo dei Seleucidi, — mutò divisamento e disse ai facchini: — «Non andrò alla cittadella questa sera; conducetemi al Khan più vicino al ponte sulla strada di Seleucia.» — La comitiva ritornò sopra i suoi passi ed in breve egli si trovò in una locanda primitiva sì, ma di ampia struttura, a poca distanza dal ponte sotto il quale il vecchio Simonide aveva stabilito la sua dimora. Tutta la notte Ben Hur rimase a giacere sul terrazzo, sempre agitato dallo stesso pensiero, e di tempo in tempo ripetendo a sè stesso «Ora, ora avrò notizie dei miei, di mia madre, della cara piccola Tirzah. Se esse sono ancora al mondo saprò trovarle!» —
CAPITOLO III.
All'indomani, per tempo, sprezzando le belle vie della città, Ben Hur andò in cerca della casa di Simonide. Dopo essere penetrato sotto l'arco di una torre merlata, passò una fila di moli: di là continuò a camminare lungo il fiume fra una folla di affacendati, finchè, raggiunto il Ponte Seleucio si fermò e diede un'occhiata all'ingiro. Là, immediatamente sotto al ponte, stava la casa del negoziante, una mole di pietra grigia a pareti ruvide, senza alcuno stile, e, come disse appunto il viaggiatore, formando apparentemente il contrafforte della muraglia alla quale s'appoggiava. Due portoni immensi aprentisi sulla facciata, davano accesso al palazzo. Alcuni vani, nella parte superiore muniti di forti inferriate tenevano luogo di finestre. Dai crepacci dondolavano erbe ed arbusti mentre in altri punti un muschio nerastro copriva la pietra nuda. Le porte erano spalancate: attraverso ad esse fluiva ininterrotta e frettolosa la doppia corrente del vasto commercio di Simonide.
Sul molo stavano ammonticchiate merci imballate in varia guisa, e gruppi di schiavi, nudi sino alla cintola, si aggiravano intorno ad esse, intenti al lavoro.
A valle del ponte trovavasi una flottiglia di galere, alcune in atto di caricare, altre di scaricare merci. Da ogni albero sventolava una bandiera gialla. Dalla flottiglia al molo, da nave a nave, gli schiavi passavano e ripassavano chiassosamente. Sull'opposta sponda del fiume, dall'altro capo del ponte, sorgeva dall'acqua una muraglia, al disopra della quale dominavano i fantastici cornicioni e le torricelle del palazzo imperiale occupante l'intiera area dell'isola di cui aveva fatto cenno l'Ebreo nella sua descrizione. Ma per quanto suggestivo fosse lo spettacolo Ben Hur, appena se ne accorse. Egli era tutto assorto nel pensiero che fosse finalmente giunta l'ora d'avere contezza dei suoi, se, come era certo, Simonide era stato in realtà lo schiavo di suo padre. Ma riconoscerebbe egli questi rapporti passati? Ciò equivarrebbe all'abbandono delle sue ricchezze e di quella sovranità commerciale di cui facevan regal mostra il molo ed il fiume, e ciò che era più doloroso ancora, rovinerebbe la sua fortuna, mentre si trovava all'apice di una bellissima carriera. Sarebbe inoltre stato un dichiararsi volontariamente schiavo. L'idea sola d'una tal domanda appariva mostruosa: infatti, ridotta ai minimi termini, essa suonava così: — «Tu sei mio schiavo, dammi tutto quello che hai, te stesso compreso.» — Ciò nonostante Ben Hur attingeva forza per l'imminente colloquio dalla coscienza dei proprii diritti e dalla speranza che gli batteva in cuore. Se la storia narratagli era vera, Simonide e tutti i suoi beni gli appartenevano. Ma le ricchezze, ad onor del vero, non gl'importavano affatto. Allorchè si avanzò risoluto verso la porta egli aveva già in cuor suo giurato, che, purchè ottenesse notizie di sua madre e di Tirzah, avrebbe lasciato libero Simonide, nè altro gli avrebbe chiesto.
Senza esitare più oltre, penetrò nella casa.