— «Insistette per conoscere esattamente i termini in cui era formulata la domanda, se cioè «essere» o «nato per essere». Pareva colpito da un'apparente differenza nelle due espressioni.» —

Simonide riprese la sua calma e continuò ad ascoltare attentamente.

— «Allora,» — proseguì Malluch, — «gli spiegai il parere d'Ilderim, e cioè che il Re edificherebbe il suo trono sopra le rovine di Roma, ed il volto del giovane si fece di bragia mentre con voce concitata mi domandò — «Chi mai se non un Erode può essere Re finchè dura il dominio di Roma?» —

— «Che voleva egli dire?» —

— «Che l'impero dev'essere distrutto prima che vi possa essere un nuovo regno.» —

Simonide lasciò vagare per qualche tempo lo sguardo sulle navi galleggianti; poco dopo congedò Malluch con queste parole: — «Basta, Malluch, va a mangiare ed a prepararti a far ritorno all'orto delle Palme. Devi aiutare il giovane nella lotta alla quale egli si accinge. Vieni da me domattina e ti darò una lettera per Ilderim,» — poscia soggiunse come parlando a se stesso, — «può darsi ch'io pure mi rechi al Circo.» —

Dopo che Malluch, scambiate le benedizioni d'uso, se ne fu andato, Simonide trangugiò un buon sorso di latte e ne parve ristorato. Voltosi poi ad Ester, le dichiarò che non gli occorreva altro, e l'invitò a riprendere il solito suo posto vicino alla seggiola.

— «Il Signore è buono con me, molto buono» — prese egli a dire con fervore; — «È suo costume avvolgere i proprii atti nel mistero, ma qualche volta egli li lascia però intravvedere. Io son vecchio, cara, e dovrò andarmene; ma, mentre l'ultima ora si avvicina, e la mia speranza incominciava a svanire, egli mi manda questo suo messaggero per infondermi nuova fiducia. Io vedo spianarsi la via ad una cosa così grande che il mondo intero ne emergerà come rinato a nuova vita. Sì, sì, ben veggo ora per quale ragione speciale io fui favorito di tante ricchezze, e quale è lo scopo cui esse sono destinate. In verità, figliuola mia, un nuovo soffio di vita è entrato in me.» —

Ester gli si strinse più dappresso come per frenare quel divagamento della mente.

— «Il Re è nato» — continuò egli, — «ed a quest'ora deve aver raggiunto il fiore della virilità. Balthasar disse ch'egli era un bambino in grembo alla madre quand'egli lo vide, lo adorò e lo colmò di doni. — Ilderim afferma che nel mese di Dicembre erano trascorsi ventisette anni dacchè Balthasar ed i suoi compagni vennero a rifugiarsi nella sua tenda per salvarsi da Erode; per cui l'avvento non può di molto tardare; questa stessa notte, — forse domani. — Santi padri d'Israele, quale felicità al solo pensarvi! Parmi di udire il fragore delle mura crollanti e lo strepito dell'universale rovina — si, e il gaudio degli uomini acclamanti lo spalancarsi della terra per inghiottirvi Roma, il riso ed i canti delle masse accoglienti la stupefacente novella che Roma non è più», — qui s'arrestò per l'eccesso della gioia esultante e che terminò in uno scroscio di risa — poi riprese rivolto alla figlia — «Che ti pare di me, Ester? devo proprio essere invaso dalla passione dei cantori e dai fremiti di Miriam e di Davide! Nella mia mente di lavoratore, che solo dovrebbe accogliere cifre e fatti, regna in questo momento un frastuono di cimbali, d'arpe e di grida di gente affollata attorno ad un trono. Basta, voglio provarmi a non pensarci più per ora, però senti, cara mia, quando il Re verrà egli avrà bisogno di denari e di uomini, perchè, come nato da donna, egli è al postutto un uomo, e pertanto obbligato a seguire vie umane, come te e come me. Pel denaro gli occorreranno procuratori e custodi e per gli uomini avrà d'uopo di duci. Non vedi tu quale orizzonte si schiude a me ed al giovane nostro padrone, qual messe di gloria e di vendetta ci attende, e poi, e poi....» — qui s'arrestò come colpito dall'egoismo d'una visione nella quale la sua diletta figlia non aveva parte alcuna, e concluse baciandola — «e poi, qual messe di felicità per la figlia di tua madre!» —