— «Come lo sai tu?» —

Malluch sorrise.

— «Giudico dalle sue parole.» —

— «Da null'altro?» —

— «Lo giudico anche da ciò che vale assai più, dallo spirito che lo anima».

— «Sta bene; ma dimmi, Malluch, questa sua idea di vendetta a che tende essa? Ha egli di mira solo i pochi che lo offesero o comprende egli anche la massa? — e poi non sarebbe questo desiderio di vendetta il sogno transitorio d'un ragazzo sensibile anziché il fermo proposito d'una irremovibile volontà? Sai bene, Malluch, che l'idea di vendetta, se è un semplice parto del pensiero, altro non è che una bolla di sapone, mentre, la vera passione, è una malattia del cuore, che da quello sale sino al cervello, e che dell'uno e dell'altro si nutre.» —

Fu qui che per la prima volta Simonide diede segni di agitazione, parlando rapidamente e colla vivacità che doma la convinzione.

— «Mio buon padrone,» — rispose Malluch, — «una delle ragioni che mi convinsero essere il giovane un Ebreo, fu precisamente l'intensità del suo odio. M'accorsi ch'egli stava in guardia, il che è naturale, visto ch'egli visse tanto tempo in un ambiente così sospettoso come il Romano, ma, malgrado la sua prudenza, due volte quell'odio gli trasparì dagli occhi; la prima quando volle conoscere i sentimenti d'Ilderim riguardo a Roma, poi, quando, raccontandogli la storia dello sceicco e dell'uomo saggio, venni a dire della domanda — «ov'è colui che è nato Re dei Giudei?» —

Simonide trasalì e chiese avidamente:

— «Buon Malluch, ripetemi le sue parole, le precise sue parole, ond'io possa giudicare dell'impressione che quel mistero fece su di lui.» —