Messala interruppe la disputa che stava per sorgere.
— «Il vero non è ancor giunto, mio Druso; e come vedi, tengo la Fortuna pei capelli. Quanto ad Arrio, accetterò il tuo parere, purchè tu mi dia qualche altro particolare su di lui.» —
— «Ebreo o Romano — pel grande dio Pane, senza mancarti di rispetto, o Messala! — questo Arrio è bello, coraggioso e sagace. L'imperatore gli offrì il suo favore, ed egli lo rifiutò. Un'aria di mistero lo circonda ed egli si tiene lontano dagli altri come se si stimasse superiore o nemmeno di essi. Nelle palestre non aveva rivali; scherzava coi giganti del Reno e coi tori della Sarmazia come fossero balocchi. Il duumviro lo lasciò erede di una sostanza colossale. La sua passione è quella delle armi, e non pensa che alla guerra.
Massenzio lo accolse nella sua famiglia e doveva arrivare insieme a noi, ma lo perdemmo di vista a Ravenna. Ciò non ostante è arrivato. Ne udimmo parlare stamattina. Per Pol! Invece di venire al palazzo o presentarsi alla cittadella, ha lasciato i suoi bagagli ad un Khan ed è sparito nuovamente.» —
Messala aveva ascoltato il principio di questo racconto con indifferenza cortese; ma la sua attenzione crebbe a poco a poco, e alla conclusione tolse la mano dal bossolo e gridò: — «Caio! mi ascolti?» —
Un giovane al suo fianco, — il suo Mirtilo, o compagno di cocchio della mattina, rispose:
— «T'ascolto, Messala, poichè ti son vicino ed amico.» —
— «Ti ricordi dell'uomo che ti procurò quel capitombolo oggi?» —
— «Pei riccioli di Bacco! Non dovrei ricordarmene, con una spalla ammaccata che me ne tiene fresca la memoria?» —
— «Allora ringrazia il Fato: ho trovato il tuo nemico. Ascolta.» —