— «Pace a voi, alla vostra casa, e ai vostri servi». —

Ciò detto egli si mise una mano sul petto, e abbassò il capo in segno di saluto verso la donna, che, vedendolo, aveva già sollevato il velo abbastanza per lasciar scorgere un viso d'adolescente. Giuseppe e il Rabbi si porsero le destre come per avvicinarle vicendevolmente alle labbra; però, all'ultimo momento, le mani si lasciarono e ognuno baciò la propria, portando poi le palme alla fronte.

— «V'è così poca polvere sopra i vostri abiti — disse il Rabbi, famigliarmente, che arguisco voi abbiate passata la notte in questa città dei nostri padri.

— «No, — rispose Giuseppe, — poichè non potendo arrivare che a Betania prima che sopraggiungesse la notte rimanemmo laggiù nel Khan e ripigliammo il cammino allo spuntar del giorno». —

— «Il viaggio che dovrete fare sarà lungo allora; non sarà terminato a Joppa spero». —

— «No, terminerà a Betlemme». —

Il contegno del Rabbi, prima aperto ed amichevole, divenne chiuso e minaccioso, ed egli emise una specie di grugnito anzichè tossire come di consueto.

— Sì, sì, capisco — diss'egli. Voi siete nato a Betlemme e vi ci recate con vostra figlia per esser computati fra i pagatori di tasse come ordinò Cesare. I figli di Giacobbe sono come erano le tribù in Egitto: solo essi non hanno nè un Mosè nè un Giosuè. Come son decaduti i possenti!» —

Giuseppe rispose senza scomporsi:

— «La donna non è mia figlia». —