— «Ho paura di Roma.» — Essa disse, con un lieve tremore nella voce.
Egli guardò la piccola figura di bimba al suo lato. Nella penombra non poteva discernere il suo volto; le sue stesse forme erano indistinte. L'immagine di Tirzah gli si ripresentò alla mente, e una grande tenerezza lo prese. Così la sorellina perduta stava con lui sopra il tetto della casa, quella mattina fatale dell'accidente di Grato. Povera Tirzah! Dov'era essa? Ester gli diventò quasi santa a quel mesto ricordo. Egli non avrebbe mai potuto considerarla come sua schiava, e, se lo era legalmente, questo lo avrebbe anzi spronato ad usarle la massima cortesia e rispetto.
— «Io non posso pensare a Roma» — essa esclamò con voce calma, e parlando con quel suo dolce fare di donna. — «Io non posso pensare a Roma come una città di templi e palazzi, affollata di abitanti; per me essa è un mostro che stende le sue spire in tutte le terre, che affascina gli uomini col magico splendore dei suoi occhi verdi e cattivi, e li trae alla loro rovina, un mostro non mai sazio di sangue. Perchè....» —
Essa esitò, abbassò gli occhi, e si fermò.
— «Continua» — disse Ben Hur, rassicurandola.
Essa si fece più presso a lui e alzò il viso verso il suo. — «Perchè vuoi fartene una nemica? Perchè non rimanere in pace con essa e vivere tranquillo? Tu hai avuto molti dolori; hai sopravvissuto alle insidie dei tuoi avversari; hai penato tutta la tua gioventù; perchè non dare al piacere gli anni che ti rimangono?» —
Il volto della fanciulla gli sembrava diventar più pallido e avvicinarsi sempre più, mentre la sua preghiera lo incalzava. Egli si chinò sopra di lei e chiese, sommessamente:
— Che cosa vorresti ch'io facessi, Ester?» —
Essa ebbe un momento di esitazione, e poi chiese a sua volta:
— «È molto bella la tua villa presso Roma?» —