— «È bellissima, un palazzo in mezzo a giardini e boschi, con fontane, statue, colline coperte di vigneti; in vista del Vesuvio e di Napoli, col suo mare azzurro popolato da bianche vele irrequiete. Cesare possiede una villa lì vicino, ma a Roma dicono che la vecchia villa di Arrio è più bella.» —

— «E la vita vi è tranquilla?» —

— «Mai giorno d'estate o notte di plenilunio era più tranquillo del soggiorno in essa, tranne quando venivano visite. Ora che il vecchio padrone è morto, e la proprietà è mia, non v'è nulla che ne interrompa il silenzio, se non il mormorio dei ruscelli, e delle fontane o il canto degli uccelli. Giorno succede a giorno. I fiori sbocciano, sfoggiano al sole i loro mille colori, poi avvizziscono, e danno luogo a nuovi bocci e a frutti. Il cielo è sempre eguale, sereno, interrotto qua e là da qualche cirro candido, passeggero. Era una vita troppo calma, Ester; che mi rendeva inquieto, collerico, persuadendomi in un sentimento della mia inutilità ed infingardaggine, — a me, che tanto aveva da fare! —

Essa guardò lontano sul fiume.

— «Perchè hai chiesto?» — egli domandò.

— «Mio buon padrone....» —

— «No, Ester; non così. Chiamami amico, fratello, se vuoi: io non sono il tuo padrone, e non voglio esserlo; Chiamami fratello,» —

Egli non potè vedere il rossore che le tinse le guancie e il lampo di gioia che le brillò negli occhi.

— «Io non posso comprendere» — essa continuò — «come tu possa preferire una vita come questa, una....» —

— «Una vita di violenza e forse di sangue» egli rispose completando il periodo.