— «Io scommetto....» —
— «Ed io....» —
— «Anch'io.» —
La persona fatta segno a questa calorosa accoglienza era il rispettabile Ebreo di cui facemmo conoscenza insieme a Ben Hur, a bordo della nave che lo portava da Cipro ad Antiochia.
Il suo portamento era grave, cortese, vigile. La veste era bianchissima come pure il turbante che gli cingeva il capo. Inchinandosi e sorridendo, si avvicinò lentamente al tavolo centrale. Arrivatovi, raccolse con un gesto dignitoso le pieghe della toga, si sedette, e alzò la mano. Lo scintillare di un gioiello sull'anulare, contribuì non poco al silenzio che seguì.
— «Romani — illustri Romani — Vi saluto!» — egli disse.
— «Mi piace la sua disinvoltura, per Giove! Chi è?» — chiese Druso.
— «Un cane d'Israele — Samballat di nome — fornitore dell'esercito; domiciliato in Roma, immensamente ricco; diventato tale defraudando i Romani. Una testa fina, che ti sa tessere trame più sottili di quelle dei ragni. Andiamo, per la zona di Venere! Vediamo se possiamo spillargli denari.» —
Così dicendo, Messala si alzò e con Druso raggiunse la folla che accerchiava l'Ebreo.
— «Ho saputo in istrada» — egli diceva, tirando fuori le sue tavolette e collocandole aperte sopra il tavolo, — «che la disperazione regnava nel palazzo, perchè non si trovava chi accettasse scommesse contro Messala. Gli Dei, sapete, richiedono sacrifici, ed eccomi pronto. Vedete il mio colore. Passiamo agli affari. Prima le quotazioni, poi le somme. A cosa mi date Messala?» —