— «Per la madre degli Dei, ti mostrerò le ricevute.» —
— «No, no. Basta la parola di un così illustre Romano. Soltanto facciamo una cifra pari. Scrivo sei talenti?» —
— «Scrivi.» —
Si scambiarono le scritture.
Samballat si alzò e con un ghigno di scherno in luogo del sorriso di prima, misurò l'assemblea. Egli conosceva con chi aveva da fare.
— «Romani,» — egli disse, — «un'altra scommessa, se osate. Io punto cinque talenti contro cinque, sulla vittoria del bianco. Vi lancio una sfida collettiva.» —
Di nuovo tutti stupirono.
— «Ecchè?» — egli gridò, a voce più alta. — «Dovranno dire domani nel circo che un cane d'Israele è penetrato in una sala piena di patrizii Romani, e fra questi un parente di Cesare, ed ha offerto loro cinque talenti, alla pari, ed essi non hanno avuto il coraggio di accettare?» —
L'offesa era terribile.
— «Cessa, o insolente!» — disse Druso. — «Scrivi la scommessa e lasciala sul tavolo. Domani, se avremo trovato che tu possiedi veramente tanto denaro da buttar via, io, Druso, ti prometto che sarà accettata.» —