— «Accettato!» — rispose Druso.

— «Altri cento sull'Ebreo!» — gridò Samballat.

Nessuno gli badava. Gridò nuovamente; lo spettacolo dell'Arena assorbiva tutta la loro attenzione, ed essi erano troppo occupati ad urlare: — «Messala! Messala! Giove è con noi!» —

Quando Ester osò guardare nuovamente, alcuni servitori stavano rimovendo i cavalli e il carro frantumato, mentre altri portavano via l'auriga; da ogni banco su cui sedeva un Greco partivano urli di rabbia e preghiere di vendetta.

Essa giunse le mani per la felicità: Ben Hur, incolume volava al pari col Romano! Dietro a loro, in gruppo, venivano il Sidonio, il Corinzio e il Bizantino.

La corsa era incominciata. La moltitudine tratteneva il respiro.

CAPITOLO XIV.

Ben Hur, come abbiamo veduto, si trovava all'estrema sinistra dei sei. Per un momento, come gli altri, fu quasi abbagliato dalla viva luce dell'arena. Pure riuscì a distinguere i suoi avversari e ne indovinò l'intento. Diede uno sguardo scrutatore a Messala. Il freddo orgoglio del patrizio Romano riposava, come d'usato, sul bellissimo volto, alle cui fattezze l'elmo accresceva maestà; ma, fosse giuoco di fantasia o effetto dell'ombra bronzea che copriva il suo viso, in quell'istante l'Ebreo credette di vedere tutta l'anima dell'uomo trasparire attraverso la venustà di quel corpo, un'anima crudele, scaltra, vigile e risoluta.

In pari tempo lo spirito di Ben Hur s'irrigidì in un poderoso sforzo di volontà.

A qualunque costo, a qualunque rischio, egli avrebbe umiliato il suo nemico!