Ed ora per fare l'ultima voltata, Messala cominciò a raccogliere le redini dei cavalli di sinistra, movimento che necessariamente rallentò la sua velocità. Il suo cuore batteva in anticipazione della vicina vittoria. Più d'un altare avevano arricchito i suoi doni. Il genio Romano doveva prevalere. Sui tre pilastri, a seicento piedi di distanza, erano fama, fortuna, onori, e un trionfo che l'odio rendeva ineffabilmente dolce. Tutto ciò l'attendeva! In quell'istante Malluch, dalla gradinata, vide Ben Hur piegarsi innanzi sull'orlo del cocchio, e rallentare le redini sulla schiena dei suoi Arabi. Le cinghie del flagello si snodarono nell'aria, con un lungo sibilo di serpenti. Non caddero, ma la minaccia di quel suono, sortì il medesimo effetto. Nel passare dalla sua posizione, rigida e calma, a questa rapidità di azione, il volto dell'uomo si imporporò, gli occhi scintillarono; sembrava che la sua volontà, correndo lungo le redini, si comunicasse ai cavalli, i quali, come animati dal medesimo impulso, risposero con uno scatto che li portò al fianco del carro Romano. Messala, presso alla perigliosa voltata della mèta, udì, ma non osò volgere la testa. Dal pubblico non ricevette alcun avvertimento. Nel profondo silenzio dell'arena non si udivano che il rumore dei cocchi e la voce di Ben Hur, che, in pura lingua Amarica, come lo sceicco medesimo, parlava ai cavalli.

— «Su, Atair! Su, Rigel! Avanti, Antares! Vorresti forse indugiare, Aldebran, nobile cuore? Io li sento cantare nel deserto; io sento le donne e i fanciulli cantare la canzone delle stelle: Atair, Antares, Rigel, Aldebran, vittoria! — e quel canto durerà eterno. Avanti, cavalli! Domani vi accoglieranno le tende paterne! Avanti, Antares! La tribù ci aspetta, e il padrone ci guarda! Vittoria, vittoria! E, fatto, è fatto! Ah, ah! L'orgoglioso è umiliato! La mano che ci colpì è nella polvere! Nostra la gloria! Ah, ah! — fermi! La fatica è compiuta! — Adagio — alt!» —

Nulla di più semplice, nulla di più istantaneo.

Nel momento scelto per lo scatto finale, Messala stava girando intorno alla mèta. Per sorpassarlo, Ben Hur doveva tagliargli la strada, e, precisamente percorrendo il medesimo cerchio, con un raggio di poco maggiore. Le migliaia di persone assiepate sopra le gradinate compresero tutto: videro il segnale dato da Ben Hur; la magnifica risposta; i quattro cavalli di fianco al cocchio di Messala, la ruota interna del cocchio di Ben Hur, dietro il carro del Romano, tutto ciò videro e compresero. Poi udirono un colpo secco che fece fremere tutto il Circo, e videro una pioggia di scheggie bianche cadere sulla pista. Il carro del Romano traballò e si piegò sopra il lato destro, urtando con l'estremità della sala la terra. Due volte rimbalzò, poi tutto il cocchio andò in frantumi, e Messala, avviluppato nelle redini, fu precipitato a capo fitto fra i propri cavalli.

Per accrescere l'orrore dello spettacolo, il Sidonio, che rasentava il muro dietro Messala, non potè arrestarsi o deviare. Con tutta velocità piombò addosso ai resti del cocchio Romano, in mezzo ai cavalli di questo, quasi pazzi di terrore. Poco dopo, attraverso la nube di polvere, che velò per un istante la scena, egli fu visto trascinarsi carponi, mentre il Corinzio ed il Bizantino seguivano come freccie il cocchio di Ben Hur. Gli spettatori balzarono in piedi sui banchi con un lungo grido. Alcuni videro Messala sotto gli zoccoli dei cavalli tumultuanti e i rottami dei due carri. Non si muoveva; sembrava morto. Ma la maggior parte non aveva occhio che per Ben Hur. Era loro sfuggita l'abile mossa, per cui, piegando un poco verso sinistra, egli aveva urtata la delicata ruota di Messala con la ferrea punta del proprio mozzo, frantumandola; ma avevano veduto il mutamento avvenuto in lui. Essi medesimi si sentivano compenetrati dalla subita fiamma del suo spirito, dall'eroica risoluzione, dalla furiosa energìa, con cui, nel gesto, nello sguardo, nella voce, aveva improvvisamente inspirato i suoi Arabi. Correvano essi? O non erano piuttosto i lunghi salti di leoni aggiogati? Se non fosse stato pel carro pesante, si sarebbe detto che volassero. Quando il Bizantino ed il Corinzio erano ancora a metà percorso, Ben Hur voltava l'ultima mèta.

E la corsa era vinta!

Il console si alzò, il pubblico gridò con quanta voce aveva in gola; il direttore discese dal suo scranno incontro ai vincitori.

Il fortunato vincitore del pugilato era un gigantesco Sassone dai capelli flavi, e con un volto così brutale, da attirare l'attenzione di Ben Hur, che riconobbe in lui il suo antico maestro in Roma, di cui era stato l'alunno favorito. Poi alzò gli occhi verso il balcone di Simonide. La compagnia gli tese le mani. Ester rimase seduta; ma Iras si alzò e con un grazioso gesto del ventaglio gli mandò un bacio — favore non meno inebbriante, perchè noi sappiamo, o lettore, che sarebbe toccato a Messala, se a questi avesse arriso la vittoria.

La processione, salutata da un nuovo scoppio di applausi, attraversò lentamente la Porta Trionfale.

CAPITOLO XV.