Ben Hur ed Ilderim dovevano, come d'accordo, partire a mezzanotte dello stesso giorno, e seguire la strada battuta dalla carovana, che li aveva preceduti di trenta ore.

Lo sceicco era felice; aveva offerto doni principeschi, ma Ben Hur rifiutò ogni cosa, insistendo che gli bastava l'umiliazione inflitta al nemico.

La disputa generosa continuò a lungo.

— «Pensa» — diceva lo sceicco — «a quanto tu hai fatto per me. In ogni tenda nera, dall'Akaba all'Oceano, e attraverso le terre dell'Eufrate fino al mare degli Sciti, volerà la fama della mia Mira e dei suoi figli; e quelli che canteranno di loro, mi esalteranno, e dimenticheranno ch'io sono sul declinar dell'età. Tutte le nomadi lancie del deserto verranno a me, e mi riconosceranno sceicco. Tu non sai che cosa significhi il dominio che ora terrò sul deserto. Principi e commercianti mi pagheranno innumerevoli tributi. Sì, per la spada di Salomone, Cesare stesso dovrà piegarsi innanzi a me! E tu non vuoi nulla — nulla?» —

E Ben Hur rispondeva:

— «No, sceicco; non sono io forse amato da te e non ho il tuo aiuto? L'incremento della tua potenza potrà servire al Re che verrà. Chi può dire che non ti fu concessa a questo scopo? Nell'opera ch'io intraprendo avrò bisogno di te. Rifiutando oggi, potrò chiedere più apertamente in seguito.» —

Mentre essi disputavano con tanta vivacità arrivarono due messaggeri — Malluch ed uno sconosciuto. Il primo ebbe naturalmente la precedenza. Dopo aver nuovamente espresso la sua gioia per gli eventi della giornata, venne allo scopo della sua visita.

— «Simonide mi manda a dirvi, che, terminati i giuochi, alcuni Romani si affrettarono a reclamare contro il pagamento del premio.» —

Ilderim balzò in piedi, gridando colla sua voce più acuta.

— «Per la potenza di Dio, l'Oriente deciderà se la corsa fu lealmente guadagnata!» —