L'atrio subì una metamorfosi; con tutta la sua eleganza e bellezza, non era che una trappola. Il timore dipinge tutto in nero.
L'idea d'essere stato colto come un uccello nella pania irritava Ben Hur.
Molte porte apparivano a destra e a sinistra dell'atrio, conducenti probabilmente alle camere da letto; cercò di aprirle ma senza riuscirvi. Forse bussando avrebbe chiamato gente; ma vergognoso di far rumore, si gettò sopra un giaciglio e raccolse i suoi pensieri.
Evidentemente egli era prigioniero; ma a che scopo? e di chi?
Era opera di Messala? Egli si alzò, girò gli occhi attorno, atteggiò le labbra a un sorriso di scherno. Armi pendevano dalle pareti, e giacevano sui tavoli; avrebbe saputo difendersi. La fame? Uccelli erano morti di inedia in gabbie d'oro! ma egli non sarebbe morto là. Le statue di bronzo ed i mobili gli avrebbero servito da arieti, e la sua forza, triplicata dall'ira e dalla disperazione, avrebbe sfondata qualunque porta.
Messala non sarebbe venuto. Egli non poteva muoversi dal letto. Era paralizzato come Simonide; pure avrebbe potuto mandare altri sicari, comperati e pronti a qualunque delitto. Ben Hur si alzò ed esaminò nuovamente le porte. Chiamò una volta; ma il suono della sua voce lo spaventò. Decise di aspettare con calma qualche tempo, prima di fare un tentativo estremo.
In simili situazioni la mente ha i suoi flussi e riflussi, con intervalli di tranquillità fra l'uno e l'altro. Finalmente, dopo matura riflessione, concluse che dovesse esser successo un errore o un accidente. Il palazzo doveva appartenere a qualcheduno. Doveva avere almeno un custode, e questi sarebbe venuto ad aprirgli — fra un ora — fra due ore. Pazienza.
Così, pensando, attese.
Passò mezz'ora — a Ben Hur essa sembrò assai lunga — quando la porta per cui era entrato, si aprì e si rinchiuse silenziosamente, senza che egli se ne avvedesse, seduto com'era dalla parte opposta della sala.
Il rumore dei passi lo fece trasalire.