— «Ecco Iras!» — egli pensò con un fremito di sollievo e di gioia.

I passi erano pesanti e accompagnati dallo stropiccio di rozzi sandali.

Egli si alzò, e, silenziosamente, si appostò dietro le colonne dorate nel centro della sala. Di lì a poco intese voci — voci di uomini, ma non potè, comprendere ciò che dicevano, perchè parlavano un linguaggio sconosciuto all'oriente.

Dopo un esame superficiale della stanza gli stranieri si avanzarono a sinistra, e Ben Hur li vide: erano due uomini, uno grasso, entrambi alti di statura, abbigliati con tuniche succinte. Non avevano l'aria nè di padroni nè di domestici della casa. Tutto ciò che vedevano destava la loro meraviglia, e si fermavano spesso a toccare gli oggetti con una curiosità animalesca. Erano due tipi volgari, che sembravano profanare l'atrio con la loro presenza. D'altra parte la loro aria sicura e disinvolta rivelava un intento preciso. Quale?

Chiacchierando vivacemente, e arrestandosi ora qui ora lì, si avvicinarono alla colonna dietro alla quale stava Ben Hur. Un fascio di luce pioveva sul pavimento, a poca distanza, illuminando un mosaico, ad osservare il quale essi si fermarono di nuovo, permettendo a Ben Hur di esaminarli dettagliatamente.

Il lungo silenzio e l'aria di mistero che dominavano sul palazzo avevano reso Ben Hur alquanto nervoso, e un fremito di paura gli attraversò ogni fibra, quando riconobbe, nel primo e più grasso degli stranieri, quel Germano ch'egli aveva conosciuto in Roma, e che aveva veduto il giorno prima al Circo, vincitore del premio al pugilato; il volto abbronzato dell'uomo, deturpato dalle cicatrici di molte battaglie e dalle impronte di vizi brutali; le membra colossali, vere meraviglie di quanto l'esercizio e la disciplina della palestra possono produrre, spiravano una minaccia, che era impossibile disconoscere. L'istinto gli disse che il momento per un assassinio era troppo ben scelto per essere il frutto di un caso.

Posò lo sguardo ansioso sul compagno del gigante: un giovine, dagli occhi neri, e dai capelli scuri, Ebreo all'apparenza; osservò che entrambi indossavano i costumi dell'Arena. Sommando queste diverse circostanze, Ben Hur non potè che dedurne una conclusione: Egli era caduto in un trabocchetto. Lontano da ogni aiuto, in questo splendido carcere, doveva morire!

Dubbioso ed incerto, guardava ora l'uno ora l'altro dei due uomini, mentre, nella sua mente, si svolgeva quell'ultimo miracolo della memoria in procinto di oscurarsi per sempre, la quale richiama alla coscienza del moribondo tutta quanta la vita passata e gli fa sfilare dinanzi agli occhi ogni minimo dettaglio della sua vita trascorsa, con tutta l'evidenza della realtà. Sino a pochi giorni fa egli era il perseguitato, l'agnello. Da poco era avvenuto il grande mutamento della sua vita che lo avrebbe dovuto rendere aggressore, e che lo avrebbe avviato a quel grande sogno di vendetta e di gloria, di cui la giornata di ieri era stato il primo, importantissimo passo. Ieri aveva trovata la prima sua vittima! Ad uno spirito puramente Cristiano, questa immagine avrebbe portata la debolezza del rimorso. Non così con Ben Hur; l'anima sua era stata modellata sulle dottrine del grande legislatore del suo popolo. Il castigo di Messala era meritato, era giusto! Iddio stesso gli aveva concessa la vittoria, e questo pensiero gli accrebbe fiducia.

Non solo. Gli era stato detto, e le circostanze lo avevano concordemente confermato, che il Cielo lo aveva scelto per una missione santa, come era santo il Re che doveva venire, — una missione che rendeva legittima e sacra anche la vendetta, perchè necessaria. Doveva egli, sulla soglia appena del suo grande compito, temere e disperarsi?

Disfece il nodo della fascia che gli stringeva la vita, e lasciò scivolare a terra l'ampia vestaglia bianca, che portava, alla foggia degli Ebrei, rimanendo in una tunica succinta non dissimile da quelle degli avversari. Incrociando le braccia sul petto, ed appoggiando le spalle alla colonna, aspettò tranquillamente.